Di Elena Barlozzari Alessandra Benignetti – Un manipolo di migranti da giovedì controlla il Cas di via della Riserva Nuova, alla periferia Est della Capitale. Gli operatori della cooperativa che lo gestisce sono stati messi alla porta dopo una giornata di passione. Malumore e insofferenza, nel centro in cui sono state scoperte alcune decine di casi Covid, serpeggiavano già da tempo. Giovedì scorso si è raggiunto il punto di non ritorno. Il motivo è sempre lo stesso.

Lo stesso che ha spinto un gruppo di tunisini a mettere a ferro e fuoco il centro Mosè di Agrigento, bersagliando la polizia con estintori, pezzi di vetro e pietre. Lo stesso che è all’origine di una serie di agitazioni e fughe che si sono verificate nelle strutture di accoglienza e a bordo della navi quarantena dall’inizio dell’emergenza sanitaria ad oggi.

Anche a Roma l’obbligo di rimanere confinati nella struttura ha fatto da innesco a una vera e propria rivolta. Ad aizzare la massa è stato un gruppetto di una decina di facinorosi che hanno preso il controllo della protesta. Non c’è voluto molto prima che il clima si arroventasse, costringendo i dipendenti della cooperativa a rifugiarsi negli uffici per mettersi al riparo dalle ire dei rivoltosi e dal rischio contagio. La loro liberazione è arrivata solo dopo l’intervento massiccio degli agenti del Commissariato Prenestino e del Reparto Mobile, che hanno intavolato una lunga trattativa con i richiedenti asilo.

Ma la situazione adesso qual è? Regna l’anarchia. Abbiamo avuto modo di constatarlo con i nostri occhi. I circa duecento ospiti del Cas sono rimasti soli all’interno della struttura. Li vediamo tirare calci al pallone in cortile, assembrarsi per fumare e chiacchierare a gruppetti come se nulla fosse. Ognuno fa come gli pare. Si contano sulle dita di una mano quelli che indossano la mascherina e si tengono a debita distanza dai loro compagni. C’è una promiscuità micidiale.

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Tutto questo accade in una struttura dove ci sono almeno trenta casi accertati di positività al virus. Il quartiere è sotto choc. “Ma come è possibile che li abbiano lasciati ad autogestire il centro? Lì dentro ci sono decine di infetti, non possono lasciarli vivere nell’anarchia”, si lamenta un residente sulla cinquantina. “Quel posto – attacca – è una bomba sanitaria pronta a esplodere”. Non basta a rassicurare gli animi la presenza di una volante della polizia di Stato che presidia l’ingresso principale per scongiurare le fughe.

“C’è un versante che non è presidiato”, ci spiega il nostro interlocutore, invitandoci a svoltare l’angolo. Siamo su via Arielli e in prossimità del retro del Cas non scorgiamo né agenti né volanti. “Guardate lì – ci incalza l’uomo – c’è anche uno squarcio nella recinzione, per un migrante è facilissimo far perdere le proprie tracce, chi ci dice che non possa essere positivo al Covid?”. È proprio da questo lato del centro che i residenti hanno notato un viavai iniziato già nei mesi che hanno preceduto il lockdown.

“Li abbiamo visti scavalcare in più occasioni, anche di notte, passando da un lato all’altro della recinzione dei grossi borsoni”, testimonia un vicino che vuole rimanere anonimo. Tant’è che lungo tutto il perimetro della struttura è stata installata una rete più alta. “Chi ci assicura che non succeda ancora? Lì – annota puntando il dito in direzione dello squarcio – si è creata una falla e non c’è nessuno a vigilare”. Una situazione assurda. “Siamo alle solite, ci tocca rimanere barricati in casa perché a loro viene concesso di fare come gli pare”, annota polemico Emanuele Licopodio, presidente del Comitato popolare Roma est.

Sono sul piede di guerra anche i sindacati di polizia. È Michele Sprovara, segretario provinciale del Coisp, a riferirci il malessere delle divise. “Situazioni di questo tipo – denuncia – si stanno verificando su tutto il territorio nazionale, è in atto un’escalation che ci vede rischiare in prima linea con epiloghi spesso tragici”.

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