L’ex capo degli 007 italiani: “Ius soli e ius culturae sono un rischio per la sicurezza nazionale”. La lezione francese

 

Di Giovanni Giacalone – L’omicidio con tanto di decapitazione del docente di educazione civica, Samuel Paty, che lo scorso 16 ottobre ha sconvolto la Francia, oltre a far riemergere per l’ennesima volta il problema del terrorismo di stampo islamista in Europa, è anche un indicatore più che evidente la mancanza di integrazione sociale e culturale, con tutti gli eventuali rischi per eventuale ius soli o ius culturae in Italia.

Ernesto Galli della Loggia ha ragione quando afferma dalle colonne del Corriere della Sera di valutare attentamente l’ipotesi ius culturae, ovvero di “dare la cittadinanza a tutti i giovani stranieri esclusivamente sulla base della frequenza di un ciclo scolastico” visto che il caso Paty fa emergere il ruolo fondamentale di studenti che almeno in teoria dovevano essere integrati ma che hanno invece avuto un ruolo sia nel denunciare il docente alle proprie famiglie in quanto ritenuto colpevole di aver mostrato le vignette satiriche su Maometto ripubblicate da Charlie Hebdo e sia nell’indicare al killer il docente poi aggredito e decapitato.

Lo storico ed accademico fa inoltre notare che forse a un ragazzo immerso in un ambiente inquinato dal fanatismo religioso non basta aver frequentato un ciclo scolastico per essere immune da influenze perverse, così come è giusto controllare adeguatamente le famiglie prima di concedere cittadinanze.

Del resto nemmeno lo ius soli può essere garanzia di integrazione visto che il nascere in un Paese non implica necessariamente il condividerne valori e leggi; lo si è del resto visto con le migliaia di foreign fighters nati e cresciuti in Europa che sono partiti per unirsi all’Isis, così come lo si è visto in numerosi attentati che hanno negli anni preso di mira Francia e Gran Bretagna.

Non bisogna dimenticare che anche l’Italia ha avuto i suoi “naturalizzati” che hanno abbracciato l’ideologia islamista radicale e il jihadismo, come ad esempio Halili El Mahdi, origini marocchine, finito nel mirino dell’antiterrorismo per ben due volte in poco più di tre anni con l’accusa di propaganda a favore dell’Isis e per aver pianificato un attentato con un camion-bomba, così come Anass El Abboubi, anch’egli di origini marocchine e arruolatosi nell’Isis dopo aver lasciato la provincia di Brescia. Giusto per citarne un paio.

Senza dover poi arrivare ad abbracciare il jihad, sono numerosi i casi di personaggi in Italia da decenni, alcuni con cittadinanza ed altri no, alcuni anche attivi in ambiti islamici organizzati italiani (che troppo spesso sfociano in islamismo) e che hanno mostrato simpatia e sostegno per quell’islamismo radicale filo-Hamas e filo-Fratellanza che guarda caso è lo stesso supportato da Abdelhakim Sefrioui, fondatore di un collettivo islamista francese denominato “Shaikh Yasin” in onore del fondatore di Hamas. Sefrioui è stato arrestato assieme a Brahim Chnina (il padre della studentessa che avrebbe segnalato il docente ai propri familiari) con l’accusa di aver istigato il 18enne killer ceceno che ha poi decapitato Samuel Paty.

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In Italia abbiamo visto personaggi noti e familiari di personaggi noti agli ambienti islamici che hanno pubblicato post e immagini a favore dei gruppi armati di Hamas, dei Fratelli Musulmani, a favore del jihad; altri che hanno invocato la cancellazione dalla mappa di certi Paesi a loro non graditi. Altri ancora che hanno pubblicamente lodato improponibili predicatori radicali.

L’ideologia islamista radicale è ampiamente presente in tutta Europa e la concessione di una cittadinanza facile rischia di provocare danni enormi. In Italia fin’ora si è riusciti a contenere il problema anche grazie al fatto che non c’è lo ius soli e questo permette l’espulsione immediata di soggetti radicalizzati e impedisce dunque il radicamento di cellule e reti jihadiste, come già illustrato già a suo tempo dal generale Mario Mori, ex comandante del Ros dei Carabinieri ed ex direttore del Sisde: “lo ius soli, che non fa altro che rendere ancor più difficile la gestione del terrorismo islamico. In Italia ci sono 250mila musulmani con cittadinanza italiana – dice Mori – Si pensi che la Francia, dove i musulmani sono tra il 10 e il 12% della popolazione, ha 12 mila neocittadini considerati potenziali terroristi e 4000 di questi sarebbero pronti a compiere subito azioni criminali. Del resto lo ius soli non ha risolto nulla. Nel Regno Unito, dove si è cercata la via del multiculturalismo, il 55% dei musulmani inglesi non si considerano britannici; in Francia, dove si è provata la via dell’ integrazionismo, il 50% dei musulmani residenti preferisce il corano alla Costituzione”.

Francia e Gran Bretagna sono di fatto i due Paesi europei che hanno fornito il maggior numero di jihadisti a Isis ed al-Qaeda e dove interi quartieri-ghetto sono in mano all’islamismo. E’ dunque palese come il multiculturalismo e la cittadinanza facile non siano garanzia di integrazione.

Sulla questione interviene anche l’ufficiale degli Spetsnaz in pensione, Andrej Payusov, che conosce bene il problema del terrorismo di stampo islamista nella Federazione Russa e che critica le politiche migratorie europee in quanto incapaci di scremare tra i diversi tipi di immigrazione; una miopia politico-ideologica che porta l’Ue a cercare di assimilare soggetti pericolosi e terroristi che non hanno però alcuna intenzione di integrarsi ed anzi, sono pronti a colpire alla prima occasione utile.

Insomma, l’attentato dello scorso 16 ottobre a Parigi mostra chiaramente e per l’ennesima volta come ius soli e ius culturae non siano affatto garanzia di integrazione ma anzi, possono svolgere il ruolo di “cavallo di troia” per il terrorismo e per quell’islamismo radicale che va invece combattuto e debellato. Nei confronti di ambiguità, relativismo e doppio linguaggio serve tolleranza zero, perchè il carburante del terrorismo è l’ideologia, come insegna il caso di Parigi, ed è lì che bisogna incidere.

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