Gratteri interviene sul referendum: critiche da maggioranza e opposizione

Roma – Le dichiarazioni del procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, sul prossimo referendum sulla riforma della Giustizia hanno innescato una forte reazione politica e istituzionale, trasformando il dibattito referendario in un nuovo terreno di scontro.

Nel corso di un’intervista, Gratteri ha affermato che, a suo giudizio, “a votare Sì saranno gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”, mentre al referendum voteranno No “le persone perbene, quelle che credono nella legalità”.

Queste parole, che il procuratore ha poi difeso spiegando di non aver voluto offendere gli elettori del Sì, ma solo esprimere la propria opinione sulla posta in gioco, hanno scatenato condanne trasversali da parte di esponenti politici. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha detto di essere “basito” per le affermazioni di Gratteri, sottolineando che la dialettica politica deve restare civile e rispettosa.

Anche Antonio Tajani, leader di Forza Italia e ministro degli Esteri, ha contestato duramente le dichiarazioni, definendole un “attacco alla libertà e alla democrazia” e ribadendo che voterà Sì al referendum, precisando di non essere né indagato né membro di centri di potere.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha espresso a sua volta sconcerto per le parole attribuite a Gratteri, arrivando a sollevare criticità sulla valutazione delle attitudini personali dei magistrati. E il leader della Lega, Matteo Salvini, ha annunciato che intende denunciarlo, pur dichiarando il suo voto favorevole al Sì.

Anche l’Unione delle Camere Penali Italiane ha preso posizione, criticando aspramente le dichiarazioni e chiedendo rispetto per i cittadini che voteranno secondo le loro convinzioni.

Di fronte alle reazioni, lo stesso Gratteri ha replicato che le sue parole sono state estrapolate e strumentalizzate e che non intende fermarsi nel suo impegno, affermando di voler continuare a esprimere le proprie opinioni nel dibattito referendario.

Il caso ha già raggiunto anche il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), dove è stata proposta l’apertura di una pratica per valutare il bilanciamento tra libertà di parola e ruolo istituzionale dei magistrati.

Con il referendum in programma per il 22 e 23 marzo 2026, la tensione politica non accenna ad abbassarsi, mentre il confronto tra sostenitori del Sì e del No si fa sempre più acceso.