Giallorossi appesi a quota 39 L’obiettivo è “perdere bene”

 

La cosa migliore che possa accadere è che perdano di misura. Quella peggiore è che perdano senza superare la soglia fisiologica che giustifichi l’intesa.

E dunque, l’alleanza fra Pd e M5s, che per la prima volta corrono uniti in una competizione regionale come quella umbra, è sì un’alleanza strategica ma sta per diventare «un esperimento» e il test – da giorni si ostinano a ripetere i dirigenti del Pd e parlamentari del M5s – non è più un test nazionale ma solo «locale». Tutto questo malgrado in Umbria, da settimane, stazionino più ministri che a Roma. Giuseppe Conte, che ha già individuato l’insidia e la futura trappola per il suo esecutivo, ha trovato il paragone che più infelice non si poteva: «Il test umbro, con tutto il rispetto per la popolazione umbra, popolazione che è pari a quella della provincia di Lecce, non può essere determinante per le sorti del governo». Che non sia determinante per il governo non è ancora certo mentre è invece sicuro che determinante lo sarà per Pd e M5s che hanno tutta intenzione di replicare l’accordo per le prossime elezioni che si svolgeranno in Emilia-Romagna e Calabria. Per fare ritenere l’esperimento esportabile è così cominciato a circolare un numero, una quota di sopravvivenza sotto cui non si può scendere. È il 39 per cento e non è altro che la somma circa dei voti che hanno raccolto Pd (23%) e M5s (14%) alle scorse elezioni europee. Sia Pd e M5s non sono così convinti di superare quella quota nonostante l’impegno unitario culminato con la fotografia tra Conte, Nicola Zingaretti, Luigi Di Maio e Roberto Speranza scattata a Narni. E che l’obiettivo del 39% sia anche minimo lo pensa il direttore di YouTrend, Lorenzo Pregliasco che par la di «quota minimalista»: «Va ricordato che l’accordo fra Pd e M5s, accordo doloroso, è stato fatto per vincere queste elezioni mentre adesso mi sembra che si punti a limitare la perdita. Conterà il distacco. Come dire: si vuole perdere, ma perdere bene». Il 39% rimane, vale ricordare, poco più su del 34,2%, la cifra che, da sola, la Lega ha ottenuto, sempre alle ultime europee. Sia Zingaretti sia Di Maio sanno che il 39% non basta a conquistare la regione e che, per di più, scatenerebbe le rispettive contese interne. Nel Pd, Matteo Orfini e Francesco Verducci chiedono il congresso per stabilire se rendere politica l’alleanza con i pentastellati. Nel M5s, la base non accetta di consegnarsi a quel partito che in Umbria è stato al centro di scandali e che proprio grazie all’attività dei consiglieri regionali M5s sono alla fine stati portati alla luce. Ma a pesare sul risultato finale di Pd e M5s ci sarà anche la defezione di Italia viva che ha scelto di non presentarsi e di appoggiare, ma in maniera sibillina, il candidato giallorosso Vincenzo Bianconi. Matteo Renzi ha fatto di più. Per sottolineare la sua estraneità, ha scelto di non mettersi in posa a Narni. Almeno lui, non ha voluto mettere la faccia a quello che già chiamano nuovo «campo progressista». «Può sempre dire: Io non c’ero. La sua scelta è stata saggia. Così facendo ha evitato di contarsi in una regione dove il suo nuovo partito non è strutturato» dice Pregliasco che non esclude l’astensione di una parte degli elettori di Italia viva. Mai come in questa occasione, a sinistra, vince chi non gioca.

 

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