Contro i gialloverdi in campo il terzo partito: ormai è guerra aperta

Il «partito di Mattarella», da presenza attiva solo dietro le quinte, è venuto allo scoperto con la crisi dei rapporti tra Salvini e Di Maio e lo scontro frontale dell’esecutivo con la Ue (rischio procedura d’infrazione), tanto che i leghisti parlano ormai di un «terzo partito» dentro la maggioranza di governo.

La novità non è solo questa perché si è registrato uno spostamento importante nei rapporti tra le diverse forze in campo, quello del premier Conte, passato da figura di raccordo in stretta quota M5s a ventriloquo del Quirinale. Il momento di passaggio è stato la conferenza stampa-penultimatum ai due vice, in cui il premier si è smarcato dai suoi azionisti di riferimento (rinnegando di essere mai stato filo-M5s) richiamandoli alla responsabilità, a smetterla con le «provocazioni», a rispettare le regole Ue e quindi impostare una manovra che «mantenga l’equilibrio dei conti». Un messaggio che ricalca pari pari le raccomandazioni del Colle.

Il «terzo partito» è all’opera per smontare l’ipotesi lanciata dagli economisti della Lega, di introdurre i mini-bot. Qui si è palesata la struttura più ampia dell’asse politico che a Roma trova il suo perno al Quirinale, ma in Europa ne ha un altro a Francoforte. Ed è rappresentato da Mario Draghi, il presidente della Bce, sceso in campo pesantemente sulla questione («O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e allora il debito sale. Non c’è una terza possibilità») e nel contempo bacchettando il governo italiano a mettere in atto un piano di riduzione del debito «credibile», non campato su idee strampalate. La linea è la stessa espressa da due altri protagonisti del «terzo partito», ovvero Bankitalia («I mini-Bot sono sempre debito, non è certo una soluzione al problema del nostro debito pubblico» ha detto il numero uno di Via Nazionale Ignazio Visco) e il ministro del Tesoro Giovanni Tria, sempre più alle strette con Lega e M5s che vorrebbero farlo fuori. A loro si aggiunge il ministro voluto appunto da Mattarella nel governo gialloverde a salvaguardia dei rapporti internazionali dell’Italia, Enzo Moavero Milanesi, titolare della Farnesina. Intervistato da In 1/2 in più il ministro degli Esteri ha richiamato all’ordine il suo governo su tutti i dossier bollenti attenzionati da Quirinale, Bce e Bruxelles. «Sarebbe importantissimo per il Paese non andare in procedura di infrazione perché se non dovesse esserci più fiducia» sul debito italiano, questo «potrebbe portare a una spirale negativa che dobbiamo evitare» ha detto Moavero. Naturalmente boccia anche lui i mini-bot, elegantemente rimettendosi alle «valutazioni tecniche che vengono fatte» da Bce e Mef. «Mi allineo, prendo atto delle valutazioni che fanno». Il messaggio che manda, a nome degli sponsor dell’operazione, è rendersi disponibile a fare lui il commissario Ue italiano. La preoccupazione infatti è che la Lega voglia mandare uno dei suoi. A precisa domanda Moavero non esclude di trasferirsi a Bruxelles (con la formula di cortesia «nel toto nomi c’è anche il mio, ma non ho nessun elemento per confermare. Faccio ben volentieri il mestiere attuale») e dà pure una spallata alla Lega: «Nel Parlamento europeo i numeri per la Lega non ci sono» per rivendicare un commissario. Il ministro è stato spesso scavalcato da Salvini sulla questione immigrazione nei rapporti con gli altri Stati (specie la Francia), di fatto relegato ad un ruolo tecnico. Sui migranti poi si è espresso in termini molto diversi da Salvini. La distanza si è acuita ultimamente con l’aumento della tensione politica nella maggioranza.

Di fatto quindi non c’è più solo la competizione tra i due partiti di governo, ma tra tre componenti. L’asse europeista guidato da Mattarella vuole guidare le mosse dell’esecutivo in vista della Finanziaria, in modo che non finisca con un frontale con l’Europa e con i mercati finanziari. I gialloverdi, soprattutto i leghisti, sospettano invece un’azione di sabotaggio dei «poteri forti», portata avanti dalle quinte colonne dentro l’esecutivo (Tria, Moavero, lo stesso Conte). L’esito è incerto, un governo tecnico di sicurezza pubblica un’opzione non più peregrina. Dagospia tira fuori anche un nome per il dopo-Conte: Salvatore Rossi, ex dg di Bankitalia.

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