“Se non spariamo siamo morti Se lo facciamo, ci processano”

“Bisognerebbe osservalo da quella prospettiva, il mondo”. Da dentro il casco di un celerino, vestendo la divisa di un poliziotto o di un carabiniere. “É tutto diverso, nessuno può capirlo davvero”. Non lo comprendono i politici, i violenti, quelli che “All Cops Are Bastard”.

Forse neppure il cittadino comune. “Vorrei che un giorno insieme a noi venissero il ministro Toninelli, Conte o un magistrato. Vorrei che quel casco lo indossassero Grillo e Saviano”. Sfido chiunque a stare sei ore fermo, con lo scudo in mano, a prendersi insulti, sassate, martellate. Oppure a girare su una gazzella e intervenire in piena notte a Roma, col rischio di trovarsi un coltello serramanico piantato nel cuore.

Molte lacrime sono state versate per la morte di Mario Rega Cerciello, il militare ucciso da due studenti americani. Parole di elogio, “il nostro eroe”, un servitore dello Stato. Tutto vero. Tutto sacro. Eppure neppure 24 ore dopo i No Tav prendevano di nuovo di mira “quelle merde” dei poliziotti schierati a difesa del cantiere dell’Alta Velocità. I soliti insulti, la solita ricerca dello scontro.

Questi due eventi sembrano così lontani nel tempo e nello spazio. E invece raccontano la stessa storia: un italico schizofrenismo che glorifica le forze dell’ordine solo una volta dentro la bara avvolta dal tricolore, ma le abbandona tutti giorni, lasciandoli senza tutele, con stipendi da fame e spesso alla mercé dei violenti.

In Val di Susa Andrea Cecchini c’è stato in un maledetto 3 luglio del 2011. Era un celerino. È un celerino, oggi presidente nazionale nazionale del sindacato Italia Celere.

Da quel giorno sono passati otto lunghi anni, ma poco sembra essere cambiato. Le forze dell’ordine continuano a subire e a morire.
Oggi in realtà è ancora peggio. In queste ore qualcuno sta addirittura dubitando delle azioni del carabiniere di Roma, dicendo che l’attentatore avrebbe soltanto reagito a chissà cosa.

Andiamo con ordine. Cosa successe quel 3 luglio del 2011?
Ci lanciarono addosso bombe carta, petardi, pietre. Di tutto. Erano armati pure di molotov: fu terrorismo a tutti gli affetti.

Reagiste solo dopo sette ore.
Per evitare la nostra morte decidemmo di entrare all’interno del loro schieramento. Fu un massacro, con 80 feriti solo nella polizia. Ottanta, capito? E qualcuno s’è pure lamentato, sostenendo fossimo stati noi i violenti.

L’assurdo però arriva dopo.
A distanza di tre anni, lo Stato ci manda a testimoniare a Torino nell’aula bunker e ci chiede di viaggiare a spese nostre. Capisce?

Lo Stato vi avrà accompagnato. Non dico un ministro, ma almeno un funzionario.
Macché ci hanno abbandonato. Eravamo soli. Pensi che per noi non è prevista per noi nemmeno la tutela legale dell’Avvocatura dello Stato.

Lei subì lesioni guaribili in 90 giorni.
Tre mesi di convalescenza, di cui venti giorni in ospedale e gli altri a casa senza poter lavorare. Per colpa di delinquenti assatanati.

Poi il calvario delle cure mediche.
Non mi è stato pagato nulla. Ho riportato una lesione al timpano, una lesione al ginocchio e alla spalla. Tutti gli accertamenti post infortunio li ho fatti a spese mie. Io, come tutti i poliziotti di Italia.

Storia vecchia, dirà qualcuno.
Non è così. Il mio è solo un esempio, vale ieri come oggi. Finisce sempre così: il poliziotto o il carabiniere ha solo due strade davanti: se reagisce, andrà a processo; se non lo fa, lo spediscono in ospedale. Oppure all’obitorio.

Un agente può difendersi?
Non ci mettono nelle condizioni.

Si spieghi meglio.
Gli ordini sono sempre quelli di aspettare e farsi piovere addosso di tutto e di più. Subire e fare i pagliacci. Lo stesso vale per chi sta in strada, visto che non può estrarre la pistola se non in casi particolari. E abbiamo visto come va a finire.

Mi faccia un esempio.
Se due notti fa il carabiniere ucciso a Roma avesse sparato prima di ricevere le coltellate, ora sarebbe vivo. Ma sotto processo. In pochi secondi dobbiamo decidere se finire in ospedale o in tribunale. E a volte succede che nell’indecisione si finisca ammazzati.

Qualcuno su Facebook esulta per la morte di Mario Rega Cerciello.
È assurdo. Noi siamo padri di famiglia, mariti. Abbiamo figli a casa. Fuori da questa divisa abbiamo una vita e i problemi di tutti quanti. Siamo uomini.

Cosa si prova a stare col casco in testa?
Si vive un forte desiderio di legalità. E questo, purtroppo, ci porta a provare anche impotenza.

Parola forte.
Sappiamo che in servizio in qualsiasi modo ci muoviamo, finiamo comunque dalla parte del torto. Se durante il servizio qualcosa va storto, iniziano le indagini, 10 anni di processi, soldi spesi in avvocati e magari perdiamo pure il lavoro.

Cosa potrebbe fare lo Stato?
Servono protocolli chiari, leciti, legali e tassativi per gli interventi in fase attiva. E magari assicurare i delinquenti alla giustizia.

A liberare quelli ci pensa la magistratura.
È meglio se non parlo. Ma è sotto gli occhi di tutti che in prima fila nelle manifestazioni violente ci siano sempre pluri-pregiudicati che inneggiano al terrorismo, ancora liberi.

In Italia c’è poco rispetto per chi veste una divisa?
Assolutamente sì.

E perché siamo arrivati a tanto?
L’opinione pubblica è stata deviata da alcune fazioni politiche. E così prendiamo schiaffi sia a livello fisico che sul piano mediatico.

Lei sembra incazzato.
Sono molto arrabbiato con la politica. Il casco su cui sputano è lo stesso che va a L’Aquila a salvare i terremotati sotto le macerie, che interviene al ponte Morandi a Genova o che arresta i delinquenti. Siamo sempre noi, siamo le stesse persone. Quando fermiamo un terrorista ci dicono bravi, poi però quando diamo il via a una carica per difenderci dai violenti ci chiamano “assassini”.

È allucinante.
Non capisco perché noi possiamo finire con le ossa rotte e se invece colpiamo qualcuno con lo sfollagente veniamo trattati da delinquenti.

Cosa significa?
Significa che alla politica delle forze dell’ordine non frega niente. Pensano a noi solo quando possiamo diventare il cuscinetto sociale delle loro incapacità.

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