Scontri Milano, la confessione choc dei ragazzi

Ci sono episodi che lasciano dietro di sé molte domande, soprattutto quando a esserne protagonisti sono ragazzi giovanissimi.

È quanto accade ora, dopo giorni di tensione che hanno attraversato le strade del centro di una grande città del nostro Paese.

Vetrine infrante, negozi presi d’assalto e decine di adolescenti con felpe scure hanno riempito le cronache e i telegiornali.

Per molti, quelle immagini sembravano il frutto di una protesta sfuggita di mano, nata dal malcontento per il carovita.

Eppure, a distanza di qualche giorno, il quadro appare molto diverso da come era stato raccontato nelle prime ore.

A cambiarlo sono le voci di alcuni dei ragazzi presenti, che hanno deciso di raccontare come sono andate davvero le cose.

Giovani che non si conoscono tra loro, con storie e origini diverse, ma con un dettaglio sorprendentemente in comune che nessuno aveva previsto.

Un elemento che potrebbe spiegare come centinaia di persone si siano ritrovate nello stesso posto, alla stessa ora, quasi senza un perché.

Le loro parole aprono uno squarcio su un mondo che molti adulti, genitori compresi, faticano a comprendere fino in fondo.

Ma che cosa hanno rivelato questi ragazzi su quei giorni?

La vicenda riguarda gli scontri che nei giorni scorsi hanno interessato Milano, dal Duomo a via Torino fino a largo Cairoli.

Il bilancio del Tribunale per i minorenni parla di 35 minori arrestati, 31 senza precedenti, con un’età media tra i 15 e i 16 anni.

Tra loro, 25 sono nati in Italia, con 17 cognomi italiani e 18 stranieri.

Molti dei giovani che hanno raccontato quei giorni arrivano dalle periferie di Baggio, San Siro e Figino, o dall’hinterland.

Ed è proprio dalle loro parole che emerge un dettaglio comune e ricorrente.

«Tra sabato e domenica ci hanno aggiunto a una chat Telegram», racconta un ventenne, muratore e iscritto al Politecnico.

Nella chat, spiega, l’invito era di andare in Duomo: «loro rompevano le vetrine e noi potevamo prendere le scarpe Nike e le felpe».

Un diciottenne conferma: «Mi hanno messo nella chat Telegram, non so come. C’erano tantissimi altri, forse mille». Secondo il ventenne, la chat è poi scomparsa domenica sera.

Un quindicenne, fermato in piazza Duomo, racconta che sui social «sembrava un grande evento come i video musicali».

«Mi sono vergognato quando mi hanno messo nella macchina della polizia», aggiunge. «I miei genitori non sapevano neanche che fossi andato lì».