Quando una donna uccide il marito violento, è legittima difesa?


 

Aveva ucciso il marito che in 47 anni di matrimonio aveva più volte abusato di lei e delle sue figlie.

Jacqueline Sauvage era stata condannata a dieci anni per omicidio, ma nel 2016 uscì di prigione dopo aver ottenuto la grazia dall’allora presidente francese François Hollande. Alla donna non era stata riconosciuta la legittima difesa, perché tra l’ultima aggressione e la reazione era passato qualche minuto. Il suo caso aveva acceso il dibattito in Francia e in altri Paesi sul tema complicato della legittima difesa. In Francia si sta ancora parlando di modifiche al codice penale, e in Italia?

Lo scorso anno, come spiega in un approfondimento ilPost, nel codice penale italiano con la riforma dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini è stata introdotta la figura della legittima difesa domiciliare. “Agisce sempre in stato di legittima difesa colui che compie un atto per respingere l’intrusione”, dice la legge. Ci si introduce, spiega Libero, in casa, ufficio, negozio, giardino. E per quanto riguarda la violenza del marito?

In Francia, Jacqueline Sauvage non aveva sparato subito al marito, ma lo aveva colpito alla schiena alcuni minuti dopo la violenza. E così in primo e secondo grado era stata condannata, con le attenuanti della provocazione, a dieci anni di carcere. Finché Holland non le ha concesso la grazia. E in quel momento si è aperta la discussione. Nel 2012, ricorda ilPost, all’interno di una revisione generale della definizione di legittima difesa, il Canada ha deciso di includere l’esperienza delle donne vittime di violenza.

In Italia, le condizioni della legittima difesa sono molto rigorose. “Una storia di patiti maltrattamenti e abusi domestici non giustifica l’uccisione del maltrattante, se non dentro a quei ferrei e rigorosi paletti imposti dalla legittima difesa. All’interno, dunque, di quelle condizioni che giustificano un’azione che altrimenti sarebbe reato”, ha spiegato l’avvocato penalista esperta di violenza di genere Roberta Ribon. “Noi avvocate che ci occupiamo di questi reati sappiamo bene che le vittime di abusi domestici sono particolarmente vulnerabili – ha continuato -, e nei procedimenti penali risultano spesso incoerenti, ambivalenti, oscillano in continuazione tra il ritrattare e l’andare avanti, e aspirano a risposte di giustizia differenti dalla mera punizione. È dunque naturale chiedersi come sia possibile pretendere che una vittima, reduce da penose sopraffazioni e violenze, abbia la lucidità di difendersi da una aggressione, l’ennesima, entro i rigidi confini che la legge stabilisce per essere esentata da responsabilità”. “Siamo in uno stato di diritto e se la reazione ad un’ingiustizia non è contenuta dentro una precisa cornice giuridica si rischiano incontrollabili derive”, ha concluso Ribon.

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