L’Africa si scopre xenofoba

E se il coronavirus dovesse dilagare in Africa cosa succederà? È un interrogativo, questo, che in molti si sono posti sin dalle prime ore in cui giungevano notizie riguardanti la diffusione del Covid-19 in Cina. Un domanda nata dalla consapevolezza della precarietà del sistema sanitario in molti stati africani e anche delle difficoltà economiche e politiche che diversi paesi del continente stanno fronteggiando. Ci sono aree come quella saheliana che sono attraversate da conflitti sanguinari, c’è la Repubblica Democratica del Congo che oltre ad essere sconvolta dalla presenza di decine di gruppi ribelli è anche falcidiata da un’epidemia di morbillo e ci sono Paesi sovrappopolati come la Nigeria; ed è quindi facile capire perché da parte di analisti e ricercatori le preoccupazioni riguardo una possibile diffusione del coronavirus in Africa siano esponenziali.

Lanciarsi in vaticini o azzardare previsioni però è quanto mai improprio e distante, in un momento come questo, da quello che è il compito del cronista che si trova a raccontare una fase storica in continuo mutamento e rapida evoluzione da un punto di vista economico, politico e sociale. Quello che si può fare è invece cercare di comprendere il presente nella sua pluralità di sfaccettature. E l’emergenza coronavirus in Africa, ora, sta avendo risvolti e conseguenze complesse e drammatiche più che in altre zone del pianeta perché la paura e la minaccia del virus stanno divenendo combustibile per odio e psicosi che nella caccia e nella violenza contro l’untore trovano il loro sfogo e la loro espressione.

Al momento ci sono oltre 1190 casi in Africa di pazienti positivi al coronavirus: il Paese più colpito è l’Algeria, poi l’Egitto e a seguire diversi stati della regione sub sahariana. Ovunque sono state introdotte misure di isolamento e quarantena, ma le notizie peggiori arrivano dall’Etiopia, dal Kenya e dal Sudafrica dove da un lato si assiste alla preoccupazione da parte delle autorità governative che stanno cercando di arginare la diffusione del virus con i mezzi che hanno a disposizione ma parallelamente si sta riscontrando una reazione violenta e inquietante della popolazione che ha iniziato a dar vita a una vera e propria caccia all’europeo e al cinese considerati untori e diffusori della malattia.

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L’Etiopia, dove al momento si registrano nove casi di Covid-19, è la nazione però dove maggiormente e con più ferocia si stanno osservando pestaggi e ostilità nei confronti degli stranieri. Mentre l’esecutivo di Addis Abeba ha imposto la chiusura dei locali e obbligato le persone provenienti dai paesi toccati dall’epidemia a un autoisolamento di 14 giorni, intanto per le strade della capitale dello stato del Corno d’Africa si assiste a un aumento del razzismo e della xenofobia nei confronti di occidentali e cinesi. Farendji, questo era l’appellativo con cui venivano chiamati sino a poco tempo fa gli stranieri nel Paese africano. Era, perché adesso invece viene utilizzato il termine ”corona” per indicare i cittadini europei.

Ma l’ostilità nei confronti dei visitatori e lavoratori occidentali non si manifesta solo nello scherno e nelle offese verbali, a RFI, un cittadino francese ha raccontato di essere stato allontanato dai minibus e dai taxi, alcuni professori sono stati picchiati e colpiti con pietre e bastoni e il clima è talmente rovente nelle ultime ore che l’ambasciata americana ha divulgato il seguente comunicato attraverso il quale denuncia ”un aumento del sentimento anti straniero” e invita i cittadini americani e gli stranieri in generale a non uscire di casa da soli. Stando a quanto apparso su la Stampa l’inizio delle ostilità contro gli stranieri in Etiopia avrebbe avuto inizio con una fake news circolata sui social che riportava la positività del corrispondente del The Economist, Tom Gardne.

L’idiosincrasia nei confronti dello straniero, in queste ore, non è prerogativa solo del Paese del premio Nobel per la Pace Abiy Ahmed, anche in Kenya e in Sudafrica si stanno registrando casi analoghi e non bisogna dimenticare che pure a luglio, in Congo, durante l’epidemia di ebola si erano registrati episodi simili. Ma come la Repubblica democratica del Congo è stato un modello, per gli altri paesi africani, nella lotta contro il virus riuscendo a porre fine all’epidemia di ebola, nello stesso modo deve essere oggi un esempio della lotta contro il morbo della xenofobia affinchè cessino così anche le aggressioni contro i cittadini stranieri presenti nel continente africano.

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