«Non conosci qualche strada buona per arrivare a Trieste? O qualcuno con l’auto, un camion che ci porti fino in Italia», chiede via messaggio vocale dalla Bosnia un marocchino, che parla italiano. Nel cantone di Bihac vive in un campo improvvisato e vorrebbe arrivare clandestinamente da noi. Trieste è la porta d’ingresso dei migranti dalla rotta balcanica, che attraversano a piedi Croazia e Slovenia per spuntare in Italia.

«Polterra 22 abbiamo ricevuto segnalazione di otto migranti in via Flavia», gracchia la radio a bordo del fuoristrada della polizia di frontiera di Trieste. «Quasi ogni giorno è così», sospira Lorena, assistente capo, soprannome «Calamita». Quando è di turno scova sempre gruppetti di immigrati illegali. Simpatica e innamorata della sua divisa, arriva in due minuti alla fermata dell’autobus dove i migranti sono piantonati dai militari del Piemonte cavalleria dell’Operazione Strade sicure. Tutti giovani provenienti dal Nepal, un’anomalia rispetto al flusso principale di afghani, pachistani e pure marocchini. Gli agenti controllano gli zaini e scoprono un passaporto con un visto croato. Le scarpe dei migranti non sono infangate e non sembrano provati da una lunga marcia. «Potrebbero essere stati scaricati vicino al confine da un passeur, che li ha nascosti in un furgone», ipotizza uno dei poliziotti.

Giuseppe Colasanto, dirigente della polizia di frontiera di Trieste, ammette che «dopo il lockdown per il virus sono ripresi gli arrivi dalla rotta balcanica. In queste ultime settimane i rintracci si sono susseguiti in maniera piuttosto corposa».

I numeri sono un tabù, ma dall’inizio dell’anno si era già registrata un’impennata del 23% rispetto al 2019, nonostante la pandemia. In maggio sono cinque volte tanto. Da aprile a oggi sarebbero stati rintracciati un migliaio in tutto il Friuli-Venezia Giulia. Solo nei primi giorni di giugno a Trieste sono arrivati oltre 200 migranti. Numeri ancora bassi rispetto la massa umana pronta a partire dalla Bosnia. Almeno 7.500 persone, ma fonti della polizia slovena parlano di almeno 10mila, che rischiano di trasformare Trieste nella Lampedusa del Nord Est.

Shamran Nawaz è appena arrivato dopo «sei giorni e sei notti di marcia in Croazia e Slovenia». Il giovane afghano è accoccolato a terra assieme a una ventina di connazionali con alle spalle le grandi cisterne dell’oleodotto alle porte del capoluogo giuliano. Un automobilista segnala un altro gruppetto di afghani, che spunta dalla strada asfaltata dopo la ripida discesa dalla collina che segna il confine con l’Italia. «Ci avevano chiuso nei campi per la quarantena in Bosnia e Serbia. Finita l’emergenza virus hanno aperto le porte dicendoci: Andate», rivela l’afgano parlando in inglese. Poco più in là c’è un bambino di 12 anni con lo sguardo già da uomo. «Li abbiamo trovati anche nascosti in un vano creato ad arte all’interno di un Tir – racconta Lorena -. È chiaro che sono aiutati da organizzazioni criminali lungo tutta la rotta balcanica».

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Gli sloveni, dopo le accuse di lasciare passare il flusso migratorio, hanno mobilitato questa settimana 1.000 uomini al confine con la Croazia utilizzando droni, camere termiche, radar terrestri ed elicotteri. Oltre 200 migranti vengono fermati ogni settimana dopo aver passato il confine croato. Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, calcola che i migranti in Turchia desiderosi di arrivare in Europa, quelli spostati dalle isole greche sulla terraferma e gli altri lungo la rotta balcanica sono in totale 100mila. La polizia di frontiera di Trieste è a ranghi ridotti nonostante 40 uomini di rinforzo in arrivo. Il paradosso è che la Slovenia dal 10 marzo ha bloccato tutti i valichi alzando barricate di terra anche sulle stradine del Carso per fermare gli italiani a causa del virus. I migranti, però, passano e trovano sui vecchi cartelli che indicano il confine di Stato italiano scritte in rosso «no border», no confini e «welcome refugees», benvenuti rifugiati, lasciate da qualche talebano dell’accoglienza locale. Anche le riammissioni dei migranti in Slovenia intercettati alla polizia di frontiera si erano inceppate: solo due dal 15 aprile al 12 maggio. Poi sono un po’ riprese, ma sempre facendo melina su orari di riconsegna, certificati sanitari e numeri, con l’obiettivo di riprendersi meno clandestini possibile.

Il Cocusso, sul Carso triestino, è la collina dei vestiti. Zaini, maglioni, canottiere, scarpe, coperte, ma pure lamette da barba e bottiglie d’acqua erano disseminate nel bosco, come un campo di battaglia. Adesso le guardie forestali hanno raccolto quasi tutto in decine di sacchi neri dell’immondizia, ma nuovi indumenti abbandonati rendono l’idea del capolinea della rotta balcanica. «Siamo a 3 chilometri da Trieste e circa 200 metri dalla Slovenia – spiega il vicequestore Colasanto -. Su questa collina i migranti si cambiano su indicazione dei trafficanti, gli scafisti di terra, per meglio confondersi con la popolazione e non farsi intercettare dalla polizia». A quelli rintracciati vengono subito distribuite le mascherine e trasferiti sotto un grande tendone montato dall’Esercito dove sono visitati dal personale medico del 118. Poi devono fare la quarantena. I centri di accoglienza scoppiano e per questo il ministero dell’Interno ha montato una tendopoli azzurra sul Carso triestino. Dietro la rete con un evidente buco, da dove diversi escono o si dileguano alla faccia dell’isolamento, un gruppo giunto dal Marocco, che non è un paese in guerra, spiega il tragitto durato un anno. «Abbiamo preso l’aereo per arrivare in Turchia – racconta Omar -. Poi a piedi in Grecia, Albania, Montenegro, Bosnia e infine nove giorni a piedi per attraversare la Croazia e la Slovenia fino a Trieste». Il giovane marocchino tifoso della Juve vuole trovare «lavoro e una vita migliore perché amo l’Italia».

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