La mamma di Carlo Acutis: «Continua a fare miracoli, abbiamo tante segnalazioni»

«Succedono cose incredibili, pure io mi sorprendo». Antonia Salzano, madre di Carlo Acutis, racconta con queste parole lo stupore per le numerose testimonianze che continua a ricevere da persone convinte di aver sperimentato grazie al giovane santo una guarigione o un cambiamento profondo nella propria vita.

A quasi vent’anni dalla morte del figlio, scomparso il 12 ottobre 2006 a soli 15 anni, la famiglia continua a raccogliere racconti e documentazioni legati alla sua figura. Carlo, canonizzato nel 2025, è diventato un punto di riferimento per numerosi fedeli in tutto il mondo. La sua storia, segnata dalla devozione religiosa, dall’attenzione verso gli ultimi e dalla passione per la tecnologia, continua a suscitare interesse ben oltre i confini italiani.

In un’intervista a Fanpage.it, Antonia Salzano ripercorre gli episodi che le vengono riferiti, il percorso personale affrontato dopo la perdita del figlio e l’impegno della famiglia nel diffonderne la testimonianza.

Le presunte guarigioni attribuite all’intercessione di Carlo Acutis

Le testimonianze, racconta la madre, arrivano continuamente. «Noi riceviamo continuamente racconti e documentazioni», spiega Salzano, precisando che la famiglia conserva un archivio dedicato alle esperienze condivise da chi ritiene di aver ricevuto una grazia attraverso l’intercessione di Carlo.

Tra gli episodi ricordati c’è quello di una donna ricoverata in terapia intensiva a New York. Secondo il racconto riferito alla famiglia, la paziente avrebbe visto Carlo entrare nella sua stanza e porgerle le mani, prima di assistere a un miglioramento delle proprie condizioni.

Un’altra testimonianza riguarda una donna malata di cancro che, secondo quanto raccontato, sarebbe guarita dopo aver pregato Carlo nel giorno del suo funerale. La donna avrebbe dovuto iniziare la chemioterapia, ma la malattia sarebbe successivamente scomparsa.

Si tratta di episodi riportati dalla famiglia e attribuiti dai protagonisti all’intercessione del giovane santo. È importante distinguerli dai due miracoli riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa cattolica nel percorso che ha portato prima alla beatificazione e poi alla canonizzazione di Carlo Acutis.

Salzano sottolinea inoltre che, per tutelare la riservatezza delle persone coinvolte, non è possibile divulgare tutti i dettagli delle testimonianze raccolte. Per la madre, questi racconti rappresentano comunque un motivo di meraviglia e un segno della fede che continua ad accompagnare la storia del figlio.

Il dolore per la morte del figlio a soli 15 anni

Dietro la testimonianza pubblica e l’impegno religioso resta il dolore di una madre che ha perso il proprio figlio quando era ancora adolescente.

Carlo morì il 12 ottobre 2006, a soli 15 anni, dopo essersi ammalato di una forma aggressiva di leucemia. Per Antonia Salzano, affrontare quella perdita ha significato attraversare una delle prove più difficili della propria vita.

«Perdere un figlio penso che sia il dolore più grande che un genitore possa provare», racconta nell’intervista.

La fede, spiega, ha rappresentato un sostegno fondamentale per riuscire a elaborare il lutto e trovare un significato nella tragedia. Un percorso interiore lungo e complesso, attraverso il quale Salzano ha maturato la convinzione che anche la morte di Carlo facesse parte di un disegno più grande.

Con il passare degli anni, il dolore personale si è intrecciato con una missione: raccontare la vita del figlio, i suoi valori e il messaggio spirituale che, secondo la famiglia, continua a trasmettere a tante persone.

Il messaggio ai giovani: aiutare gli altri e riscoprire i valori

Uno degli aspetti che Antonia Salzano desidera maggiormente far conoscere è l’attenzione che Carlo riservava alle persone in difficoltà.

Il ragazzo cercava di aiutare i poveri, gli anziani e le persone senza fissa dimora, dimostrando una sensibilità che, secondo la madre, andava ben oltre la sua giovane età. Anche le risorse economiche che avrebbe potuto utilizzare per acquistare oggetti personali venivano spesso destinate a chi aveva bisogno.

Carlo conduceva una vita semplice, senza attribuire particolare importanza ai beni materiali. «Un paio di scarpe» era sufficiente per lui, ricorda Salzano, che descrive il figlio come un ragazzo capace di guardare alle necessità degli altri prima che alle proprie.

Il suo esempio, secondo la madre, può rappresentare uno stimolo per le nuove generazioni, incoraggiandole a dedicarsi al volontariato, a riscoprire la solidarietà e a utilizzare le proprie capacità per contribuire al bene comune.

La fede era una componente centrale della sua quotidianità. Già a 11 anni Carlo aiutava nella catechesi e aveva manifestato interesse per il sacerdozio. I genitori, racconta Salzano, avevano cercato di accompagnarlo nelle sue scelte senza imporgli una strada, lasciandogli la libertà di coltivare la propria vocazione.

L’appello ai genitori: «Dobbiamo educare i nostri figli, ma anche tutelarli»

Nel racconto di Antonia Salzano trova spazio anche una riflessione sull’educazione dei ragazzi nel mondo contemporaneo.

La madre di Carlo invita i genitori a essere più presenti nella vita dei figli, mettendo in guardia dal rischio di affidare eccessivamente la loro crescita agli smartphone, alla televisione e agli strumenti digitali.

«Dobbiamo educare i nostri figli, ma anche tutelarli», afferma, richiamando l’importanza del tempo trascorso insieme, dell’ascolto e della trasmissione di valori.

Un tema particolarmente significativo se si considera il rapporto che Carlo aveva proprio con la tecnologia. Appassionato di informatica, il ragazzo aveva imparato a utilizzare il web non soltanto per coltivare i propri interessi, ma anche per diffondere contenuti religiosi e progetti dedicati alla fede.

Il suo esempio, nella visione della famiglia, dimostra come gli strumenti digitali possano diventare occasioni di crescita e condivisione, a condizione che vengano utilizzati con consapevolezza e responsabilità.

Il legame con Assisi e la mostra sui miracoli eucaristici

Tra i luoghi più importanti nella vita spirituale di Carlo Acutis c’è Assisi, città legata alla figura di San Francesco, verso il quale il ragazzo nutriva una profonda devozione.

La famiglia acquistò una casa nella città umbra anche per assecondare questo legame. Per Carlo, racconta la madre, la spiritualità si traduceva in uno stile di vita essenziale, caratterizzato dalla semplicità e dall’attenzione verso chi soffriva.

La sua eredità comprende anche la mostra sui miracoli eucaristici che ideò prima della morte, utilizzando le proprie conoscenze informatiche per raccogliere e organizzare informazioni e immagini relative a episodi riconosciuti o venerati nella tradizione cattolica.

Secondo quanto riferito da Salzano, l’esposizione è stata ospitata in oltre 18mila parrocchie negli Stati Uniti e ha raggiunto numerosi Paesi, dall’Asia all’Africa, dall’Europa al Brasile.

Un progetto che testimonia la capacità del giovane di unire fede e tecnologia, trasformando una passione personale in uno strumento di divulgazione religiosa. La madre ricorda inoltre come Carlo abbia contribuito ad avvicinare alla fede alcuni familiari e persone che lavoravano nella loro casa.

Una testimonianza che continua a raggiungere il mondo

Oggi la famiglia Acutis continua a essere coinvolta in incontri pubblici e iniziative dedicate alla figura del giovane santo. Gli inviti arrivano anche dall’estero e, nell’intervista, Antonia Salzano annuncia nuovi appuntamenti in Francia, Germania e Austria.

«Siamo chiamati a fare cose più grandi di noi», afferma, descrivendo il senso di responsabilità che accompagna questo impegno.

Dalle testimonianze sulle presunte guarigioni al messaggio rivolto ai giovani, passando per il ricordo di una vita vissuta nella semplicità, la storia di Carlo Acutis continua così a essere raccontata in numerosi Paesi.

Per Antonia Salzano, il figlio non rappresenta soltanto un ricordo familiare, ma una presenza spirituale capace di ispirare altre persone. «Carlo era un testimone autentico e ora è uno strumento di Dio», conclude.

Parole che riassumono il significato attribuito dalla madre alla sua missione: mantenere viva la memoria di un ragazzo morto troppo presto, ma il cui esempio, secondo la famiglia, continua a parlare alle nuove generazioni e a chi cerca nella fede una risposta alle difficoltà della vita.