Focolaio di tubercolosi all’Istituto di Medicina legale di Milano: diversi casi tra medici specializzandi

Un focolaio di tubercolosi è stato individuato all’Istituto di Medicina legale di Milano, facendo scattare accertamenti e verifiche sulle procedure adottate per tutelare il personale. Il caso coinvolge medici specializzandi, specialisti e altri operatori e ha aperto un confronto sulla gestione del rischio biologico all’interno di una struttura nella quale vengono quotidianamente effettuate attività potenzialmente esposte a diversi agenti patogeni.

Secondo le informazioni disponibili, i test hanno individuato otto casi di tubercolosi, quattro dei quali emersi proprio grazie agli screening effettuati dopo la scoperta del focolaio. Altre sette persone sono invece risultate positive a due test indicativi di un contatto con il batterio.

Le persone coinvolte sono attualmente seguite dal punto di vista sanitario e, secondo quanto riferito, nessuna risulta ricoverata.

I dubbi sulla gestione del rischio

A sollevare interrogativi sulle modalità con cui sarebbe stata affrontata la situazione è stata l’Associazione liberi specializzandi (Als).

Il presidente dell’associazione, Massimo Minerva, ha scritto alla rettrice dell’Università Statale di Milano, Marina Brambilla, e all’Ispettorato del lavoro, chiedendo di fare chiarezza sulla gestione dell’emergenza.

Secondo Minerva, il focolaio rappresenterebbe un motivo di «seria preoccupazione» per la tutela della salute e della sicurezza dei medici in formazione specialistica.

Al centro delle contestazioni c’è in particolare un’autopsia effettuata su un cadavere con sospetta tubercolosi, alla quale avrebbero partecipato diversi medici specializzandi.

L’autopsia e le procedure di sicurezza

È proprio intorno a quell’episodio che si concentrano alcuni dei principali interrogativi sollevati dall’associazione.

Minerva sostiene che potrebbero non essere stati valutati in maniera specifica i rischi biologici connessi alle attività svolte dagli specializzandi e ha chiesto chiarimenti sulle procedure adottate nella sala settoria.

Tra i punti contestati c’è anche il presunto mancato coinvolgimento del medico competente nella gestione della situazione.

Dalla segreteria della Scuola è arrivata una precisazione: il certificato necessario per il rientro in attività deve essere rilasciato dal Centro pneumologico, mentre il medico competente interverrebbe soltanto dopo un’assenza superiore a 60 giorni.

Una ricostruzione che, tuttavia, non ha convinto Minerva, il quale ha espresso forti perplessità sulle modalità con cui sarebbe stata gestita la ripresa dell’attività degli specializzandi coinvolti.

L’esposto annunciato ai Carabinieri

L’Als ha chiesto risposte su 22 diversi punti, con l’obiettivo di ricostruire nel dettaglio la sequenza degli eventi e verificare se tutte le procedure previste per la tutela dei lavoratori siano state rispettate.

Minerva ha inoltre annunciato un esposto ai Carabinieri, portando così la vicenda anche sul piano degli accertamenti formali.

Le contestazioni dell’associazione non equivalgono, al momento, all’accertamento di responsabilità da parte delle autorità. Saranno infatti le verifiche in corso a stabilire se vi siano state eventuali violazioni dei protocolli o carenze nella gestione del rischio biologico.

La risposta dell’Università Statale

L’Università degli Studi di Milano ha fatto sapere di aver preso atto delle segnalazioni e di aver avviato le verifiche necessarie.

L’ateneo ha assicurato «la massima attenzione» rispetto alle questioni sollevate dall’Als, spiegando di aver avviato un’attività istruttoria per ricostruire quanto accaduto e coinvolgendo le diverse strutture competenti.

L’obiettivo è quindi accertare con precisione le circostanze che hanno preceduto la scoperta del focolaio e verificare il corretto funzionamento delle misure di prevenzione e sorveglianza.

Ats: «In corso le indagini sulla fonte del contagio»

Anche l’Ats è al lavoro sulla vicenda. L’autorità sanitaria ha confermato che sono in corso le indagini per individuare la possibile fonte del contagio e verificare l’attuazione delle misure di prevenzione.

Parallelamente prosegue l’attività di sorveglianza sanitaria sulle persone che potrebbero essere entrate in contatto con il batterio, in collaborazione con il centro di Villa Marelli dell’ospedale Niguarda.

Gli accertamenti saranno quindi fondamentali per comprendere l’origine del focolaio, ricostruire la catena dei possibili contatti e stabilire se le procedure adottate all’interno dell’Istituto di Medicina legale siano state adeguate al livello di rischio.

Ora l’obiettivo è fare chiarezza

La vicenda resta dunque aperta su due fronti: quello strettamente sanitario, con il monitoraggio delle persone coinvolte e la ricerca della fonte del contagio, e quello istituzionale, legato alle presunte criticità nella gestione della sicurezza.

Al momento otto persone risultano affette da tubercolosi, mentre altre sette hanno evidenziato attraverso i test un contatto con il batterio. Nessuna delle persone coinvolte è ricoverata.

Saranno le verifiche dell’Università, dell’Ats e degli altri organismi competenti a stabilire se vi siano state effettive carenze nei protocolli e se siano necessarie ulteriori misure per tutelare il personale.

Il caso, intanto, ha riportato al centro dell’attenzione il tema della sicurezza degli operatori sanitari e degli specializzandi che lavorano in ambienti ad alto rischio biologico, dove il rispetto rigoroso delle procedure rappresenta un elemento essenziale per proteggere chi presta servizio e prevenire nuovi contagi.