Falsi contratti, omosessualità e coronavirus: tutti i trucchi dei clandestini per restare in Italia


Quanti sono i migranti che hanno diritto a rimanere nel nostro Paese? A giudicare dalle decisioni delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale incaricate di valutare le domande, pochissimi. Lo scorso luglio, secondo i dati della Commissione Nazionale per il Diritto di Asilo, su 2.270 richieste presentate ne sono state dichiarate inammissibili 2.111: il 73 per cento.

A giugno scorso la percentuale arrivava addirittura all’81. Eppure quasi nessuno viene rimpatriato, mentre la maggior parte continua a circolare sul nostro territorio.

Il motivo sta nell’iter per l’ottenimento dello status di rifugiato. Quando uno straniero arriva in Italia presenta domanda di protezione internazionale alla polizia di Frontiera o alla Questura. Sarà poi la Commissione territoriale di competenza ad esprimersi sulla legittimità o meno della richiesta. Per ottenere la risposta possono passare anche sei mesi o addirittura un anno. Un periodo, questo, in cui il richiedente può vivere e lavorare nel nostro Paese. Nel frattempo la Commissione può decidere di riconoscere lo status di rifugiato, concedere la protezione sussidiaria o un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Nella stragrande maggioranza dei casi, però, rigetta la domanda.

In questo caso lo Stato italiano mette a disposizione dei migranti l’assistenza legale gratuita per fare ricorso contro la decisione della Commissione di competenza. Non solo. In caso il ricorso venga bocciato anche in Cassazione si può presentare la cosiddetta domanda reiterata, ricominciando tutto da zero. “In due o tre anni, tanto può arrivare a durare il percorso giudiziario, le condizioni nel Paese d’origine possono essere cambiate e il giudice può ravvisare elementi di criticità”, ci spiega Giorgio Mori, avvocato esperto di immigrazione e responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia a Roma.

È emblematico, in questo senso, il caso di un cittadino pakistano che nel giugno scorso ha fatto ricorso al Tribunale civile di Napoli contro la decisione della Commissione territoriale che nel 2018 aveva rigettato la sua domanda d’asilo. I giudici, nella motivazione della sentenza, ammettono che all’epoca della presentazione della richiesta effettivamente non c’era “alcun credibile e fondato rischio di persecuzione”. Ma oppongono che il migrante, che ormai si è integrato “attraverso numerosi contratti di lavoro”, vista la situazione di “insicurezza derivante dalla pandemia di Covid 19 nel Paese d’origine”, oggi ha diritto alla protezione nel nostro Paese.

I procedimenti giudiziari possono durare anni. E anche il semplice fatto di aver trovato un regolare impiego in attesa del pronunciamento dei giudici può contribuire a ribaltare la decisione delle commissioni territoriali. Nel 2018, ad esempio, un cittadino ivoriano che aveva già perso il ricorso in tutti e tre i gradi di giudizio, dopo aver presentato la domanda reiterata si è visto riconoscere la protezione dai giudici del tribunale di Bari, perché titolare di un contratto di lavoro a tempo indeterminato e di un contratto di affitto. “La valutazione comparativa tra la situazione di integrazione raggiunta dal ricorrente in Italia e la sua situazione soggettiva e oggettiva con riferimento al paese di origine porta a ritenere integrati i presupposti per l’accoglimento della protezione umanitaria – scrivono i giudici nelle motivazioni – perché il rimpatrio forzoso esporrebbe il ricorrente ad una situazione di particolare vulnerabilità incidendo sulla sua dignità personale, tenuto conto che nel suo Paese d’origine incontrerebbe gravi ed insormontabili difficoltà nel tentativo di ricostruirsi una vita”.

Insomma, anche se per il riconoscimento dello status di rifugiato le difficoltà economiche “anche se reali e in alcuni casi molto gravi”, non contano, di fatto la corte di Cassazione tende a considerare “l’integrazione sociale” come “motivo rilevante” ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, anche con riferimento alle condizioni di estrema povertà nel Paese d’origine. Sempre nel 2018 i giudici del tribunale di Roma riconoscono il permesso di soggiorno ad un egiziano che “ha lasciato il proprio paese per cercare di porre rimedio ad una situazione di estrema povertà e per cercare di sostenere le spese mediche necessarie per curare i familiari rimasti in patria” in virtù del “radicamento sul territorio” raggiunto negli anni.

“Se è vero che ci sono meno rifugiati politici, è anche vero che per contro si sono allargate le maglie per la concessione della protezione umanitaria e sussidiaria – commenta Mori – tra l’altro questo tipo di protezioni sono più ambite dai migranti perché gli consentono di andare e tornare liberamente dal Paese d’origine”. Per quanto riguarda la protezione umanitaria i giudici tendono a concederla se sussistono due requisiti: fragilità e integrazione del soggetto. “Lo straniero deve provare uno stato di difficoltà (economica o di salute) sua o del suo nucleo familiare e di avere un rapporto di lavoro a tempo indeterminato”, chiarisce l’avvocato. “Inutile dire – aggiunge – che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di contratti fittizi e buste paga tarocche”.

Sul web, tuttavia, si trovano decine di sentenze di questo tipo. Le motivazioni prese in considerazione per capovolgere il verdetto della commissione territoriale sono le più disparate. Anche perché secondo gli orientamenti della Cassazione “il dubbio circa la credibilità deve essere risolto a favore del dichiarante”. Così in molti giocano pure la carta dell’omosessualità. A luglio i giudici del tribunale di Perugia hanno concesso la sospensiva del provvedimento di espulsione di un nigeriano che, a suo dire, era stato condannato in patria per colpa del suo orientamento sessuale. Pur non essendoci prove certe, l’istanza è stata accolta proprio in virtù del “beneficio del dubbio”.

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