Trump travolto, Salvini perde la voce: il silenzio che smaschera una leadership senza rotta
Quando Donald Trump conquistava la Casa Bianca, Matteo Salvini era tra i primi a festeggiare. Pugni alzati, dichiarazioni entusiaste e parole solenni per celebrare quella che aveva definito una «giornata storica». Il ritorno del leader repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti veniva presentato dal segretario della Lega come il segnale di una svolta politica destinata a coinvolgere anche l’Europa.
Oggi, però, lo scenario è completamente diverso. Dopo la pesante sconfitta dei repubblicani alle elezioni di midterm, con i democratici capaci di conquistare il controllo sia della Camera sia del Senato, da Salvini non arriva alcun commento significativo. Nessuna difesa dell’alleato americano, nessuna riflessione sulle conseguenze del voto e, soprattutto, nessuna spiegazione sul significato politico di una battuta d’arresto che riguarda direttamente il modello a cui il leader leghista si era più volte ispirato.
Un silenzio che fa rumore e che riporta al centro una questione tutt’altro che secondaria: quanto è solido il rapporto politico tra Salvini e Trump quando vengono meno le vittorie da celebrare?
Dall’entusiasmo per Trump alla presa di distanza
Per comprendere il peso dell’attuale silenzio bisogna tornare al novembre 2024, quando Trump conquistò nuovamente la presidenza americana. In quell’occasione Salvini non nascose la propria soddisfazione, salutando il risultato come una vittoria del buonsenso, della passione e del futuro.
Il segretario della Lega aveva individuato nell’affermazione repubblicana una conferma delle proprie battaglie politiche: il contrasto all’immigrazione irregolare, la riduzione delle tasse, la difesa delle radici cristiane e la contrapposizione a quello che considerava un sistema politico dominato da interessi e ideologie lontani dai cittadini.
Non si trattava, dunque, di semplici congratulazioni istituzionali. Trump rappresentava un modello politico e comunicativo, un riferimento internazionale attraverso il quale Salvini cercava di rafforzare la propria identità sovranista.
Eppure, con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, qualcosa sembra essere cambiato. Interpellato sulla possibilità di rivolgere un augurio al presidente americano, Salvini aveva risposto con una frase significativa: «No, lo faccio agli americani».
Una risposta che aveva già fatto intravedere una certa prudenza. Dopo la sconfitta repubblicana, quella distanza sembra essersi ulteriormente accentuata.
La sconfitta americana mette in difficoltà il modello leghista
Il risultato delle midterm rappresenta un passaggio politicamente pesante per Donald Trump. La conquista di entrambe le Camere da parte dei democratici riduce sensibilmente i margini di manovra della Casa Bianca e apre una nuova fase nei rapporti tra il presidente e il Congresso.
A pesare sul voto sono stati diversi fattori: il malcontento per il costo della vita, le preoccupazioni economiche, le conseguenze della guerra contro l’Iran e l’insoddisfazione nei confronti dell’amministrazione repubblicana.
Per Salvini, questa sconfitta pone inevitabilmente una questione politica. Se il successo di Trump rappresentava la dimostrazione della forza delle idee sovraniste, cosa significa adesso il risultato opposto?
Il leader della Lega potrebbe difendere il presidente americano, sostenendo che il voto di metà mandato non rappresenti necessariamente una bocciatura della sua intera agenda. Potrebbe riconoscere le difficoltà economiche e internazionali che hanno condizionato il consenso repubblicano oppure prendere le distanze da alcune scelte della Casa Bianca.
Qualunque sarebbe la posizione, avrebbe un valore politico. Il problema è proprio l’assenza di una spiegazione.
La Lega tra crisi d’identità e tensioni interne
Il silenzio su Trump arriva, inoltre, in un momento particolarmente delicato per la Lega. Salvini è stato riconfermato segretario, ma il congresso ha evidenziato un dissenso interno che non può essere ignorato.
La sfida con Massimo Garavaglia, che ha raccolto 146 voti contro i 465 del leader uscente, ha mostrato che all’interno del partito esistono sensibilità differenti e una parte della classe dirigente chiede maggiore chiarezza sulla direzione politica.
Sul tavolo restano questioni fondamentali: il rapporto tra la dimensione nazionale del partito e le sue storiche radici settentrionali, la perdita di consenso rispetto agli anni migliori e la necessità di recuperare un’identità riconoscibile all’interno della maggioranza di governo.
In questo quadro, anche la politica internazionale assume un significato importante. Le alleanze e i riferimenti esteri contribuiscono a definire il profilo di un partito. Ma se questi riferimenti vengono esaltati soltanto quando vincono, rischiano di trasformarsi in strumenti di propaganda anziché in autentiche scelte politiche.
Salvini aspetta il momento giusto per parlare?
La questione, naturalmente, non riguarda il diritto di un leader politico di rivedere le proprie posizioni. La politica cambia, gli scenari internazionali si trasformano e anche le alleanze possono essere ripensate.
Ciò che colpisce è la mancanza di una presa di posizione esplicita. Salvini aveva utilizzato il successo di Trump per rafforzare il proprio messaggio politico in Italia. Sarebbe quindi legittimo aspettarsi da lui una valutazione altrett








