“L’ha fatto più volte”. Avvelenate ricina, il gesto di Gianni Di Vita che hanno notato tutti
Tre passaggi in questura nello stesso giorno, una borsa appartenuta alla moglie, un dispositivo elettronico e due computer consegnati agli investigatori. Sono alcuni degli elementi sui quali si concentra l’attenzione nell’inchiesta sulla morte di due donne a Pietracatella, in Molise, decedute dopo un avvelenamento da ricina.
Al centro degli accertamenti è finito anche Gianni Di Vita, marito di una delle vittime e padre delle due donne coinvolte nella tragedia. Il commercialista, tuttavia, non risulta indagato e la sua posizione, come confermato dalla Procura, non sarebbe cambiata.
Gli investigatori stanno comunque ricostruendo ogni passaggio della vicenda, compresi i racconti forniti nel tempo dall’uomo sulla cena consumata nei giorni precedenti al malore.
Tre volte in questura nello stesso giorno
La giornata di martedì 29 settembre ha rappresentato un passaggio significativo nell’inchiesta. Di Vita si è presentato per tre volte negli uffici della questura di Campobasso, in seguito alle perquisizioni effettuate dalla Squadra Mobile negli studi professionali di Pietracatella e Campobasso.
Il primo ingresso negli uffici della questura è avvenuto nella tarda mattinata. In quell’occasione l’uomo ha firmato il decreto relativo al sequestro di una borsa appartenuta alla moglie Antonella e rimasta nello studio commerciale della coppia.
Secondo quanto riferito dal suo avvocato Vittorino Facciolla, Di Vita, indicato dalla difesa come persona offesa, avrebbe consentito agli investigatori di accedere agli studi e li avrebbe accompagnati durante le attività.
La procuratrice Antonelli ha inoltre confermato che, allo stato attuale, la posizione dell’uomo non è cambiata.
Poco dopo le 13, Di Vita è tornato in questura. Questa volta la permanenza è durata pochi minuti e l’uomo ha consegnato spontaneamente un dispositivo elettronico.
Ai giornalisti che lo attendevano ha risposto con poche parole: «Sono serenissimo».
Quando gli è stato chiesto se volesse giustizia, avrebbe replicato: «Eh, vedete un po’ voi». Poi ha preferito non entrare nel merito dell’inchiesta: «Parlerò nei tempi e nei modi che riterrò opportuni. Valuterò con il mio avvocato se rilasciare qualche dichiarazione».
Il terzo passaggio è avvenuto intorno alle 18.30. Al termine, Di Vita ha consegnato agli investigatori due computer, dai quali dovranno essere acquisiti e analizzati i dati ritenuti utili all’inchiesta.
La cena del 23 dicembre al centro degli accertamenti
Uno degli aspetti sui quali gli investigatori stanno concentrando l’attenzione riguarda la cena del 23 dicembre, considerata una serata particolarmente importante nella ricostruzione degli eventi.
Secondo quanto emerge dal materiale investigativo, quella sarebbe stata l’unica occasione nella quale Di Vita avrebbe mangiato insieme alla moglie e alle figlie senza la presenza della secondogenita Alice.
Nel corso delle prime attività investigative, quando il procedimento era ancora impostato per omicidio colposo, Di Vita avrebbe dichiarato di non ricordare quali alimenti fossero stati serviti quella sera.
Alla domanda sulla possibilità che fosse stato consumato qualcosa di sospetto, avrebbe indicato proprio quella cena come l’unico pasto consumato insieme e avrebbe detto: «Non ricordo assolutamente cosa abbiamo mangiato, aveva preparato mia moglie».
Successivamente, però, sarebbe emersa una ricostruzione più dettagliata.
Il riferimento alla giardiniera fatta in casa
Durante il ricovero precauzionale presso l’Istituto Spallanzani, tra il 30 dicembre e il 7 gennaio, Di Vita avrebbe riferito a una psicologa che i sintomi, compreso il vomito, erano comparsi contemporaneamente alla moglie e alla seconda figlia dopo un pasto comune.
In quella circostanza avrebbe indicato anche una giardiniera di produzione domestica tra gli alimenti consumati.
L’8 gennaio, durante un nuovo colloquio con gli investigatori, il racconto sarebbe invece tornato meno dettagliato: «Non ricordo assolutamente nulla di quello che è stato portato in tavola».
Nei mesi successivi, quando gli sarebbero state contestate le differenze tra i diversi racconti, Di Vita avrebbe nuovamente fatto riferimento alla giardiniera, aggiungendo anche altri alimenti, tra cui insaccati e cozze.
Le diverse versioni vengono ora valutate dagli investigatori nel tentativo di ricostruire con precisione cosa sia stato consumato durante quella cena e quale sia stata la sequenza temporale dei sintomi.
La perizia sulle autopsie
Nel fascicolo dell’inchiesta sarebbe presente anche una documentazione particolarmente ampia relativa alle autopsie delle vittime, per un totale di circa 800 pagine.
All’interno della relazione comparirebbe anche il riferimento al colloquio avuto da Di Vita con una psicologa durante il ricovero precauzionale.
La documentazione contiene inoltre elementi relativi alla sua situazione personale. Di Vita avrebbe riferito di essere seguito da uno psichiatra «da circa 15 anni, a fasi alterne», per problematiche legate all’ansia, che avrebbe collegato alle pressioni lavorative derivanti dalla sua attività professionale e dagli incarichi pubblici.
Si tratta di elementi contenuti nella documentazione e che dovranno essere valutati nel loro preciso contesto, senza che possano essere interpretati automaticamente come indicativi di una responsabilità nella vicenda.
La sera del 28 dicembre, giorno della morte della moglie, Di Vita avrebbe invece riferito semplicemente: «Sono molto provato».
I dispositivi ora saranno analizzati
La consegna dei dispositivi elettronici e dei computer potrebbe rappresentare un ulteriore tassello per gli investigatori.
Gli apparecchi dovranno essere sottoposti alle necessarie attività tecniche per verificare la presenza di informazioni, comunicazioni o altri dati potenzialmente utili alla ricostruzione dei fatti.
L’analisi si inserisce in un’indagine che punta soprattutto a ricostruire la sequenza degli eventi precedenti all’insorgenza dei sintomi e a chiarire le circostanze che hanno portato alla morte delle due donne.
A Pietracatella il sostegno a Di Vita
Mentre gli accertamenti proseguono, nel paese resta forte il sostegno nei confronti di Di Vita da parte di alcune persone che lo conoscono da anni.
Una sua cara amica, interpellata dal Corriere della Sera, avrebbe escluso categoricamente la possibilità di associare l’uomo alla tragedia: «Associarlo a quel che è successo? No, inimmaginabile».
Al di là delle opinioni di chi lo conosce, sul piano giudiziario la situazione resta invariata: Di Vita non risulta indagato.
La Procura e la Squadra Mobile continuano intanto a esaminare gli elementi raccolti, compresi i dispositivi consegnati spontaneamente e le diverse ricostruzioni relative alla cena del 23 dicembre. Saranno gli accertamenti tecnici e investigativi a stabilire quali elementi possano contribuire a chiarire la dinamica della tragedia.