Regeni, Meloni frena sul Cairo: «Chiudere i canali rischia di allontanare la verità»
La sentenza sul caso di Giulio Regeni riapre il delicato capitolo dei rapporti tra Italia ed Egitto. Dopo oltre dieci anni dalla morte del ricercatore italiano, la Corte d’Assise di Roma ha condannato a dieci anni tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro aggravato di Regeni. Il quarto imputato è stato assolto. L’accusa di omicidio, contestata a uno degli imputati, non è stata riconosciuta dai giudici.
La decisione rappresenta un passaggio giudiziario importante, ma apre ora una nuova fase anche sul piano politico e diplomatico. Il governo italiano, infatti, deve confrontarsi con la questione dei rapporti con il Cairo e con la possibilità concreta di dare seguito alla sentenza nei confronti di imputati che non si trovano in Italia.
Meloni: «Chiudere i canali con il Cairo ci allontanerebbe dall’obiettivo»
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenuta a Praga il 29 settembre, ha ribadito la vicinanza alla famiglia Regeni e la determinazione dello Stato italiano, costituito parte civile nel processo, a perseguire verità e giustizia.
La premier ha però sottolineato che quella pronunciata dalla Corte d’Assise è una sentenza di primo grado e non è ancora definitiva. Per questo, ha spiegato, eventuali iniziative dovranno essere valutate «nei modi e nei tempi» opportuni.
La linea politica indicata da Meloni è quella di mantenere aperti i canali con l’Egitto. «Abbiamo utilizzato anche i canali politici e diplomatici con il Cairo», ha detto la presidente del Consiglio, aggiungendo di avere «un po’ il dubbio che chiudendo quei canali noi ci avviciniamo ai nostri obiettivi piuttosto che allontanarci da quegli obiettivi».
Una posizione che conferma l’orientamento già espresso dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: la condanna riguarda gli imputati e, secondo il governo, non determina automaticamente una rottura dei rapporti diplomatici con l’Egitto.
Il nodo dell’estradizione
Uno dei problemi più complessi riguarda ora la possibilità di ottenere la consegna dei condannati.
Il processo italiano si è svolto in assenza degli imputati, anche a causa della mancata collaborazione delle autorità egiziane e dell’assenza di estradizione verso l’Italia. I tre condannati restano in Egitto e, proprio per questo, l’esecuzione concreta delle pene rappresenta una questione particolarmente difficile.
La sentenza, inoltre, è ancora impugnabile. Il governo deve quindi valutare i prossimi passaggi anche alla luce dell’iter giudiziario ancora in corso.
La questione dell’eventuale richiesta di estradizione rischia così di diventare uno dei principali punti di confronto tra Roma e il Cairo: da una parte c’è l’esigenza di dare seguito a una sentenza italiana, dall’altra la necessità, secondo l’esecutivo, di non interrompere i canali diplomatici.
Il capitolo dei risarcimenti
C’è poi il tema economico. La Corte d’Assise ha riconosciuto provvisionali per complessivi 450mila euro: 200mila euro ai genitori di Giulio Regeni, 100mila alla sorella Irene e 150mila allo Stato italiano.
Palazzo Chigi si era costituito parte civile nel processo e aveva chiesto un risarcimento anche per lo Stato. La decisione dei giudici apre quindi un ulteriore capitolo, distinto da quello relativo alle eventuali responsabilità dello Stato egiziano e alla concreta possibilità di ottenere le somme.
Il tema del risarcimento potrebbe assumere anche un rilievo politico, proprio perché coinvolge direttamente lo Stato italiano in una vicenda che ha già avuto pesanti ripercussioni sui rapporti bilaterali.
Un rapporto strategico per l’Italia
Il caso Regeni si inserisce in una relazione tra Italia ed Egitto che negli ultimi anni è tornata a essere particolarmente intensa.
Il Cairo rappresenta un interlocutore rilevante per Roma su diversi dossier internazionali e regionali, dalla gestione dei flussi migratori alla situazione in Libia, dal conflitto a Gaza alla crisi in Sudan, passando per energia e sicurezza. Il governo Meloni ha quindi scelto di mantenere aperto il confronto con le autorità egiziane anche dopo la sentenza.
Questa impostazione, tuttavia, alimenta il confronto politico interno. Dopo il verdetto, dall’opposizione sono arrivate critiche alla linea del governo e richieste di maggiore fermezza nei confronti del Cairo.
La famiglia Regeni e la ricerca della verità
Per la famiglia di Giulio Regeni la sentenza rappresenta un primo riconoscimento giudiziario dopo un percorso durato oltre dieci anni. I genitori hanno accolto la decisione con soddisfazione, mentre la loro legale Alessandra Ballerini ha sottolineato il significato del verdetto nella lunga ricerca di verità e giustizia.
Il procedimento, però, non può considerarsi concluso. La sentenza è di primo grado e l’accusa di omicidio non è stata riconosciuta dalla Corte.
Il caso Regeni resta così sospeso tra due piani destinati a intrecciarsi ancora: quello giudiziario, con le condanne da rendere eventualmente esecutive e i possibili gradi di giudizio, e quello diplomatico, con un governo italiano che, almeno per ora, esclude una rottura con il Cairo.
La linea di Palazzo Chigi è dunque quella della cautela: mantenere aperto il dialogo con l’Egitto continuando, allo stesso tempo, a sostenere la ricerca di verità e giustizia per Giulio Regeni.