“Youssef Siher è vicino a Hamas”. Ma Forza Italia lo invitava: la clamorosa scoperta

Youssef Siher è diventato uno dei principali bersagli politici del governo Meloni e del centrodestra dopo i disordini che hanno attraversato Milano il 17 e 18 ottobre. Da giorni il suo nome viene evocato dagli esponenti della maggioranza come simbolo delle responsabilità delle piazze, mentre si moltiplicano gli attacchi nei suoi confronti. Tra i più recenti c’è quello del senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, che ha dichiarato di non essere sorpreso di vedere Siher accostato a personaggi ritenuti vicini ad Hamas. Peccato che proprio il partito di Gasparri, appena cinque anni fa, lo avesse invitato a un proprio evento pubblico, presentandolo come uno dei volti della nuova Milano.

L’ironia politica della vicenda è tutta in una data: 19 settembre 2021. A poche settimane dalle elezioni comunali milanesi, Forza Italia aveva organizzato a Sesto San Giovanni l’iniziativa Rialzati, Milano, una giornata di incontri e confronti dedicata al futuro della città. Tra gli invitati figurava proprio Siher, allora rappresentante degli studenti nel Senato accademico dell’Università degli Studi di Milano. Non un ospite qualsiasi, dunque, ma uno dei protagonisti del panel dedicato ai «Nuovi milanesi – Milano città multiculturale». E al suo stesso tavolo sedeva anche Matteo Perego di Cremnago, oggi sottosegretario alla Difesa e tra i nomi in corsa per una possibile candidatura del centrodestra alle comunali del 2027.

Nel frattempo, l’indagine su Siher è stata trasformata dalla maggioranza in un caso politico nazionale, ben prima che il quadro giudiziario fosse definito. Dopo la decisione della giudice per le indagini preliminari di disporne la scarcerazione, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è tornata ad attaccare la magistratura. Sulla stessa linea si sono mossi anche esponenti del governo che in altre occasioni hanno rivendicato il valore del garantismo. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, subito dopo l’arresto, aveva già definito sui social il 31enne «ideatore del movimento 17 ottobre». Il ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, ha invece giudicato troppo permissiva la decisione dei giudici di scarcerarlo.

A rincarare la dose è arrivato Gasparri, che ha rilanciato una fotografia pubblicata dal Giornale, nella quale Siher compare alle spalle di Mohammad Hannoun, durante un evento pubblico. La data dello scatto non è nota. Hannoun si trova in carcere da quasi un anno in custodia cautelare, nell’ambito di un’inchiesta sui presunti finanziamenti illeciti ad Hamas. Secondo gli inquirenti sarebbe una figura di vertice dell’organizzazione in Italia. Il 29 ottobre la Procura di Genova ha chiesto il rinvio a giudizio: si tratta dunque di un’accusa ancora da sottoporre al vaglio del processo, non di una responsabilità accertata.

Commentando l’immagine, Gasparri ha scritto: «Youssef Siher, il presunto agitatore delle piazze del 17 ottobre, fotografato insieme ad Mohammad Hannoun, un personaggio opaco che è attualmente in carcere in attesa di essere processato con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo per i presunti finanziamenti ad Hamas. Non avevamo dubbi che personaggi del genere andassero a braccetto». C’è però un dettaglio che nella ricostruzione del senatore rischia di passare in secondo piano: le indagini su Siher riguardano la creazione di una chat il 19 ottobre, quando le manifestazioni del 17 e 18 ottobre erano ormai terminate. Definirlo il presunto agitatore di quelle piazze significa quindi attribuirgli un ruolo che, almeno sulla base degli elementi citati nell’inchiesta, non risulta dimostrato.

Ma se una fotografia può diventare uno strumento per insinuare collegamenti politici e frequentazioni compromettenti, Forza Italia dovrebbe forse fare i conti anche con il proprio archivio fotografico. Perché tra le immagini che ritraggono Siher ce n’è una decisamente meno recente, risalente proprio all’evento organizzato dal partito nel settembre 2021. Rialzati, Milano era stato presentato come un’occasione per «scrivere insieme le ricette necessarie perché Milano possa tornare a correre». Tra gli ospiti c’era anche la senatrice Licia Ronzulli, oggi vicepresidente del Senato, insieme a diversi esponenti locali del partito.

L’obiettivo dichiarato dagli organizzatori era valorizzare le competenze e le energie di una città multiculturale, coinvolgendo personalità provenienti da mondi e percorsi differenti. Alessandro De Chirico, consigliere comunale di Forza Italia, e Giulio Gallera, allora tra i promotori dell’iniziativa ed ex assessore regionale alla Sanità, avevano parlato della necessità di «valorizzare tutte le energie positive della nostra città» e di costruire un futuro milanese «senza lasciare indietro nessuno». In questo contesto si inseriva il panel dedicato ai nuovi milanesi, nel quale Siher era stato invitato proprio per il suo ruolo di rappresentante degli studenti universitari. Un profilo che all’epoca veniva evidentemente considerato interessante e meritevole di ascolto.

A confermare l’entusiasmo per quell’incontro era stato lo stesso Gallera, che sui social aveva parlato di «molti spunti di riflessione» sul tema dell’integrazione, sottolineando come «integrazione e convivenza rappresentano il valore aggiunto per una città aperta e moderna come dovrebbe essere la nostra Milano». Nello stesso panel sedeva anche Matteo Perego di Cremnago, allora deputato azzurro e oggi sottosegretario alla Difesa. Un particolare politicamente tutt’altro che secondario: Perego è infatti tra i nomi che circolano nel centrodestra per la candidatura a sindaco di Milano nel 2027, insieme alla leghista Silvia Sardone.

Cinque anni dopo, dunque, lo scenario è radicalmente cambiato. Siher, che nel 2021 era stato accolto da Forza Italia come interlocutore sui temi dell’integrazione e della multiculturalità, oggi viene indicato dagli stessi ambienti politici come figura da cui prendere le distanze. Naturalmente, un invito a un evento pubblico non dimostra alcuna vicinanza politica né può essere utilizzato per stabilire responsabilità giudiziarie. Ma proprio questo dovrebbe valere anche al contrario: una fotografia, una conoscenza o la partecipazione a uno stesso evento non bastano a dimostrare complicità o appartenenze. Il punto, allora, non è stabilire chi abbia ragione sulla base di vecchi scatti, ma chiedersi perché ciò che ieri rappresentava un’occasione di dialogo e valorizzazione della multiculturalità oggi venga raccontato come un elemento politicamente imbarazzante. E soprattutto perché il garantismo, principio tanto rivendicato, sembri diventare improvvisamente negoziabile quando sul tavolo c’è un avversario politico.