«Voglio giustizia, non vendetta»: Sofia Donadio mostra le cicatrici del rogo di Crans-Montana
A sei mesi dalla tragedia del Constellation di Crans-Montana, il dolore è ancora vivo nelle famiglie delle 47 giovani vittime e nei sopravvissuti che portano sul corpo e nell’anima i segni di quella notte. Tra loro c’è Sofia Donadio, 16 anni, che ha scelto di raccontare pubblicamente la sua esperienza, mostrando le cicatrici lasciate dall’incendio e lanciando un appello affinché venga fatta piena luce sulle responsabilità.
«Voglio giustizia perché quell’incendio ha rovinato la vita di tante persone che non se lo meritavano. Non è giusto che chi ha colpe la passi liscia», ha dichiarato la giovane in un’intervista al Corriere della Sera. Parole che non nascono da un desiderio di vendetta, ma dalla necessità di ottenere risposte su quanto accaduto.
«In pochi secondi le fiamme erano sopra di me»
Sofia ricorda con lucidità gli istanti che hanno preceduto la tragedia. Si trovava insieme ai suoi compagni di classe, Francesca, Leonardo e Kean, quest’ultimo ancora ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano.
Quando ha capito che qualcosa non andava, ha cercato immediatamente una via di fuga.
«Ho pensato solo a uscire. Sono corsa verso la scala, mi sono girata e ho visto le fiamme che stavano arrivando. In pochi secondi ce le avevo già sopra la testa, sopra la schiena», racconta.
Attimi concitati, durante i quali il fuoco e il fumo hanno invaso rapidamente l’edificio, lasciando pochissimo tempo per mettersi in salvo.
Le cicatrici e la lunga riabilitazione
L’incendio ha lasciato profonde ustioni su schiena, braccia e gambe. Ferite che ancora oggi condizionano la sua quotidianità.
«Mi devono aiutare anche per fare la doccia», spiega la sedicenne, impegnata in un lungo percorso di riabilitazione che comprende laserterapia per le cicatrici, logopedia per i danni riportati alle corde vocali e un costante supporto psicologico.
Nonostante il dolore e le difficoltà, Sofia ha scelto di mostrarsi senza nascondere i segni lasciati dalle ustioni.
«L’ho fatto per far sapere quanto stiamo lottando tutti quanti noi», afferma.
Il coma e il risveglio
La giovane ritiene che la sua corporatura minuta abbia contribuito a salvarle la vita.
«Sono piccolina, sono alta un metro e sessanta. Sono salita le scale come un cagnolino, a quattro zampe. Poi, a causa del fumo, sono svenuta.»
Al suo risveglio ha scoperto di essere stata soccorsa da una turista francese.
«Mi sono ritrovata sopra le sue gambe», ricorda.
Dopo il ricovero è rimasta in coma per diversi giorni, un’esperienza che descrive con immagini ancora molto vivide.
«Non è come tutti pensano. Sentivo qualcosa, facevo dei sogni, ma strani, tipo film di fantascienza.»
La voglia di guardare avanti
Nonostante il percorso sia ancora lungo, Sofia continua a guardare al futuro con determinazione. Ha concluso positivamente l’anno scolastico e affronta ogni giorno le terapie con grande forza d’animo.
Accanto alla volontà di ricostruire la propria vita, resta però una richiesta precisa: che venga fatta piena luce sulle cause dell’incendio e sulle eventuali responsabilità.
Per lei, come per le tante famiglie segnate da quella tragica notte, conoscere la verità rappresenta un passaggio fondamentale per cercare di trasformare il dolore in un percorso di giustizia e memoria.