Noi non conosciamo la ministra Luciana Lamorgese, non l’abbiamo mai frequentata e neppure conosciuta. Ma ieri ha detto una cosa che dimostra un concetto chiaro: al suo confronto Matteo Salvini era Quintino Sella, un Dio della politica. Ella è riuscita a sparare una corbelleria sesquipedale. Questa: chi va in piazza a protestare contro i provvedimenti illogici del premier Giuseppe Conte, ossia ristoratori e lavoratori del terziario in genere, deve tenere sotto controllo i facinorosi violenti che rendono i raduni sediziosi e pericolosi. In pratica, la signora pretende che siano i cittadini, già motivatamente incazzati con l’esecutivo, a placare l’ira distruttiva di coloro che invece di manifestare sfogano il risentimento sociale aggredendo polizia e carabinieri, distruggendo vetrine e automobili, ovvero creando una baraonda micidiale, la quale non c’entra nulla con l’esasperazione di baristi e gestori vari di locali.

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Da sempre, dagli anni Sessanta in poi, ogni corteo, scioperi compresi, è stato turbato dalla presenza di teppisti scatenati, armati di chiavi inglesi, sassi e molotov. Quindi non sorprende che le agitazioni in corso abbiano causato incidenti riprovevoli. Stupisce piuttosto che la padrona del Viminale supponga che la gente pacifica, e intenta a gridare la propria acredine verso il primo ministro, sia obbligata a mantenere l’ordine pubblico. Un compito che spetta a lei e a nessun altro svolgere. Se non fosse così non avrebbe senso l’esistenza di un dicastero dell’Interno nonché di un soggetto che lo dirige. Inoltre il fatto che il popolo sia fuori dagli stracci per le limitazioni imposte da Conte, senza spiegarne le motivazioni, dovrebbe indurre il governo a riflettere sul proprio operato e ad interrogarsi se valga la pena di frustrare tutti noi senza una scopo comprovato dalla scienza. In sostanza, Palazzo Chigi bisogna sia in grado di modificare i divieti, magari di abolirli, comunque di ridurli all’indispensabile. Quanto a Lamorgese, la preghiamo di tenere la bocca chiusa se non desidera inanellare figure di merda.

 

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