Ah già, gli alberghi per isolare i positivi. Che fine hanno fatto? I dati sul Covid sono la classifica quotidiana delle notizie in cui nessuno crede, quindi tanto varrebbe introdurre classifiche nuove, tipo quella sui ritardi del governo da gennaio a oggi. Ecco l’esempio: gli alberghi per isolare i positivi. Il problema, nel tempo, non è stato risolto, non è stato superato: è stato solo dimenticato, questo nonostante fosse attualissimo a marzo e torni attualissimo oggi. Pro-memoria: parliamo del problema di isolare i positivi a cui è inapplicabile il distanziamento a casa, perché la casa è piccola, l’appartamento ha un solo bagno, o c’è un anziano che convive; si parlò di neo case (alberghi, residence) che avrebbero dovuto accogliere anche i dimessi dagli ospedali ancora contagiosi, benché non più bisognosi di assistenza: non è una faccenda secondaria, considerando che all’epoca la maggior parte dei focolai (77 per cento) si verificava proprio nelle abitazioni. Se torniamo a marzo, vediamo che una prima frettolosa organizzazione di queste strutture fu fatta in poche settimane: poi tutto si perse in un casino generale; nei pochi alberghi o residence non ci andava nessuno, o soltanto qualche dimesso dagli ospedali, non si capiva neppure chi dovesse decidere. La questione scivolò nell’oblio.

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Detto questo, oggi? Non è cambiato niente. I dati del ministero spiegano che la maggior parte dei focolai resta nelle case (77,6 per cento) e, già che ci siamo, spiegano che calano costantemente i focolai nelle attività ricreative (4,1 per cento) e nelle scuole (2,5). Ma gli alberghi per isolare i positivi continuano a procedere a passo di gambero. Qualche Regione ha fatto qualcosa, altre sono immobili, e, spiace dirlo, tra queste c’è la Lombardia. Risulta che alle strutture individuate sia garantito un corrispettivo attorno ai 70 euro al giorno per una camera con alcuni benefits (biancheria, pasti, talvolta assistenza medica) ma non si capisce come il servizio in pratica non decolli come è avvenuto da tempo in altri paesi occidentali. Gli alberghi in sostanza non ci sono. Per dirla meglio: non si capisce perché in Italia non sia scattato quel meccanismo che in periodo di crisi economica (frattanto peggiorata) ha trasformato hotel, alberghetti, discoteche-dormitorio, ristoranti, centri-vacanze e strutture varie in centri di accoglienza per immigrati, e che potrebbe egualmente riconvertite altre realtà per accogliere i contagiati post-ospedalieri, dando peraltro una robusta mani ai gestori di alberghi eccetera. Dovremmo credere che tutti gli alberghi sono occupati dagli immigrati? Eppure per trasformarsi in casa di accoglienza basta un’autocertificazione o, per una coop, tre persone davanti a un notaio. Per gestire dei contagiati (o meglio: gestire i loro parenti, isolando a casa il contagiato) forse servirebbe qualcosa di più, ma per altri aspetti anche di meno. In fondo si tratterebbe di trattenere, per un breve periodo di quarantena, una persona che poi tornerebbe alla vita di sempre; nel caso dei migranti economici, invece, è tutta gente che dopo un paio d’anni è ancora lì prima di vedersi recapitare un foglio di via regolarmente disatteso. Nessuno o quasi affronta di petto il problema. Dapprima, qualche struttura era stata gestita dai comuni e dalla Protezione Civile (grazie al decreto rilancio) ma poi la palla è passata alle Regioni che a loro volta l’hanno passata alle ex Asl. E buonanotte.

Non essendoci linee guida nazionali, non è che ognuno ha fatto come gli pareva: ognuno ha fatto poco o niente. Solo l’Emilia Romagna ha approntato una quantità di strutture certificabili. Altre Regioni non sono in grado di fornire dati. La Lombardia risulta che abbia allestito solo una palazzina vicino all’aeroporto di Linate, parzialmente vuota. L’Ats di Milano, la città messa paggio dalla seconda ondata dell’epidemia, non ha ancora chiuso i bandi autunnali per individuare le strutture. Non c’è fretta. Non si potrà fare come a Wuhan, dove in due mesi approntarono ventimila posti in palazzetti dello sport e centri congressi, lunghe e squallide file di letti: alla cinese, insomma. Forse neanche come negli Stati Uniti, dove pagano l’albergo alla tua famiglia. In Italia? Una risposta tornerà utile quando ci sarà il problema di alleggerire gli ospedali e di trasferire i contagiosi (ma guariti) senza fargli occupare letti inutilmente. A ben pensarci, è un problema che c’è già.

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