Trieste, bufera sul sindaco Dipiazza: «Se lanciano bombe carta, io gli sparo in testa». Le opposizioni chiedono le dimissioni

Scoppia la polemica dopo le parole del primo cittadino di Trieste, Roberto Dipiazza, che ha evocato l’uso delle armi contro i manifestanti violenti. Le dichiarazioni sono arrivate dopo gli scontri durante il corteo organizzato per ricordare i due giovani morti nell’incendio al Porto Vecchio, nel quale sono rimasti feriti tre agenti. Pd, Movimento 5 Stelle, Azione e Alleanza Verdi e Sinistra attaccano il sindaco e chiedono un passo indietro.

Le parole pronunciate da un rappresentante delle istituzioni possono pesare quanto, e talvolta più, delle decisioni amministrative. È quanto sta accadendo a Trieste, dove il sindaco Roberto Dipiazza è finito al centro di una durissima polemica politica dopo una dichiarazione destinata a far discutere.

A scatenare le reazioni è stata una frase pronunciata dal primo cittadino commentando gli scontri verificatisi durante una manifestazione organizzata dopo la morte di due giovani nell’incendio al Porto Vecchio. Una protesta degenerata in momenti di forte tensione, con il lancio di bombe carta e il ferimento di tre appartenenti alle forze dell’ordine.

Nel condannare gli episodi di violenza, Dipiazza ha utilizzato espressioni particolarmente dure, arrivando a evocare l’impiego delle armi contro i responsabili dei disordini. Una presa di posizione che ha immediatamente provocato la reazione delle opposizioni, che contestano al sindaco il linguaggio utilizzato e chiedono che ritiri le proprie dichiarazioni o lasci l’incarico.

La frase choc di Roberto Dipiazza: «Gli sparo in testa»

A riportare le parole del sindaco è stato il quotidiano Il Piccolo. Commentando quanto accaduto durante il corteo, Dipiazza ha dichiarato:

«La Costituzione prevede il diritto a manifestare, ma le manifestazioni devono essere pacifiche, se questi continuano a usare la violenza allora ci comporteremo di conseguenza: non possono pensare di occupare casa mia e se lanciano bombe carta nella mia città, allora io gli sparo in testa».

Parole che hanno rapidamente spostato il confronto dagli episodi di violenza alla responsabilità istituzionale di chi le ha pronunciate.

La condanna degli scontri e degli attacchi alle forze dell’ordine è condivisa da diversi esponenti politici. A essere contestato è soprattutto il riferimento alla possibilità di ricorrere alla violenza letale, ritenuto incompatibile con il ruolo di un sindaco, chiamato a rappresentare l’intera comunità e a mantenere un comportamento istituzionale anche nei momenti di maggiore tensione.

Serracchiani attacca: «Un sindaco che istiga a sparare in testa deve fare un passo indietro»

Tra le prime reazioni è arrivata quella di Debora Serracchiani, deputata del Partito democratico, che ha duramente criticato le dichiarazioni del primo cittadino.

«A Trieste c’è un sindaco che istiga a “sparare in testa” e tanto basta per chiedergli di fare un passo indietro. È gravissimo che un’istituzione evochi l’esecuzione sommaria contro chiunque, fossero pure gli antagonisti in piazza», ha dichiarato.

Serracchiani ha poi insistito sulla responsabilità che accompagna il ruolo di un amministratore pubblico, sottolineando il valore dell’esempio offerto ai cittadini.

«Un sindaco quando dice “io” dà l’esempio ai suoi cittadini, e non vorremmo mai che qualcuno gli desse ascolto», ha aggiunto.

Una presa di posizione che mette al centro il rapporto tra autorità istituzionale, linguaggio pubblico e rispetto delle regole democratiche.

Patuanelli: «La violenza non si combatte evocandone altra»

Durissimo anche l’intervento di Stefano Patuanelli, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, che ha condannato le parole del sindaco pur ribadendo la necessità di non sottovalutare gli episodi di violenza verificatisi durante la manifestazione.

«Le parole del sindaco di Trieste sono di una gravità inaudita. La violenza va sempre condannata, senza ambiguità, e agli agenti feriti negli scontri va tutta la nostra solidarietà. Ma un rappresentante delle istituzioni non può rispondere alla violenza evocandone altra, addirittura letale», ha affermato.

Patuanelli ha inoltre richiamato il clima di tensione seguito alla morte dei due giovani nell’incendio al Porto Vecchio, invitando le istituzioni a mantenere un atteggiamento responsabile.

«Servono responsabilità, umanità e rispetto delle istituzioni. Chi ricopre incarichi pubblici ha il dovere di abbassare i toni, non di alimentare ulteriormente l’odio», ha concluso.

Calenda e Avs chiedono un passo indietro

La polemica ha coinvolto anche Carlo Calenda, leader di Azione, che attraverso i social ha invitato Dipiazza a ritirare immediatamente le proprie dichiarazioni.

«Ritiri queste parole ridicole e insieme gravissime o si dimetta. Le istituzioni non possono in nessun caso evocare uccisioni», ha scritto.

Ancora più dura la reazione di Luana Zanella, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera.

«È incredibile che il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza abbia davvero usato quelle parole. Se ne è pentito? Probabilmente no, ma deve scusarsi con tutta la comunità triestina che non merita di avere il più alto rappresentante così fuori controllo fino a fomentare violenza», ha dichiarato.

Le opposizioni chiedono dunque una presa di distanza pubblica e una revisione della posizione assunta dal primo cittadino.

Tre agenti feriti negli scontri: la denuncia del sindacato di polizia

Mentre infuria lo scontro politico, resta la gravità di quanto accaduto durante la manifestazione di venerdì. Tre appartenenti alle forze dell’ordine sono rimasti feriti nel corso dei disordini.

A denunciare l’accaduto era stato Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di polizia Coisp, intervenuto nella giornata di sabato per esprimere solidarietà agli agenti coinvolti.

«A Trieste, nel corso di una manifestazione improvvisata e violenta, si è sfiorata la tragedia e oggi contiamo tre colleghi feriti: uno del Reparto mobile, uno della Questura e il vicario», aveva dichiarato.

Tra gli episodi più preoccupanti, quello che ha coinvolto il dottor Boido, raggiunto da una bomba carta.

«Solo per una frazione di secondo non è esplosa a contatto con la sua testa, deflagrando appena toccato il suolo ai suoi piedi», ha raccontato Pianese.

Parole che restituiscono la gravità degli scontri e i rischi affrontati dagli operatori impegnati nella gestione dell’ordine pubblico.

Trieste, la polemica politica si allarga: sicurezza e responsabilità istituzionale

La vicenda ha aperto un doppio fronte di discussione. Da una parte c’è la necessità di garantire la sicurezza durante le manifestazioni pubbliche e tutelare gli agenti impegnati nei servizi di ordine pubblico. Dall’altra, il ruolo e la responsabilità di chi rappresenta le istituzioni, soprattutto quando si trova a commentare episodi caratterizzati da tensioni e violenze.

Il diritto di manifestare pacificamente resta un principio fondamentale, così come lo è la necessità di impedire che le proteste degenerino in aggressioni e atti pericolosi.

Ma proprio nei momenti più difficili, il linguaggio delle istituzioni assume un peso particolare. Ed è su questo punto che si concentra ora la bufera politica intorno a Roberto Dipiazza, con le opposizioni che chiedono chiarimenti e un passo indietro dopo le parole pronunciate sugli scontri di Trieste.