Massimo Ghini: “La sinistra è ipocrita, la mia forza è il pubblico”, la frecciata al PD

Massimo Ghini, protagonista del nuovo film di Pupi Avati, Nel tepore del ballo, si racconta senza censure in un’intervista che riaccende il dibattito sul ruolo degli attori “popolari” e sulle ipocrisie del mondo culturale italiano. Con una carriera che conta 121 film, Ghini si presenta come un attore versatile e amato dal pubblico, ma non privo di amarezza per il trattamento ricevuto dalla critica.

Un percorso tra teatro e cinema

Gli inizi di Ghini sono stati nel teatro, dove ha lavorato con grandi nomi come Gassmann e Strehler. Nonostante la sua versatilità, si è trovato spesso marginalizzato nel cinema di qualità, un sentimento che esprime con franchezza: «Se fosse dipeso da alcuni critici e da certi autori vivrei sotto un ponte». La sua forza, rivendica, è il pubblico, che lo ha sempre sostenuto, anche se non ha mai vinto un premio importante come il David di Donatello, nonostante 121 film e una candidatura da adulto per Muccino.

Dai grandi maestri ai cinepanettoni

Ghini non si è mai tirato indietro davanti a ruoli più leggeri o anche ai cinepanettoni, sottolineando con ironia: «Se De Niro fa Taxi Driver e poi in una commedia si fa una puntura sul pene, non c’è problema. Se lo faccio io, finisce il mondo». La sua carriera dimostra una grande capacità di adattarsi a diversi generi, senza mai rinunciare alla propria integrità artistica.

L’episodio surreale con Sean Penn

Tra i ricordi più curiosi, Ghini narra un episodio del 1998 a Firenze, durante le riprese di Una notte per decidere: «Al ristorante sbucarono i paparazzi. Sean inveì, io andai a parlare ma quelli tornarono, scoppiò una rissa. La polizia ci portò al commissariato. Al comandante dissi che era il marito di Madonna, ma peggiorai la situazione». Un episodio che testimonia il suo spirito schietto e la capacità di affrontare anche le situazioni più surreali.

Impegno politico e critiche alla sinistra

Ghini ha un passato politico importante: è stato tra i fondatori del Pd, consigliere comunale e a capo del sindacato attori per 12 anni. Tuttavia, ha deciso di lasciare, paragonando la sua esperienza a quella di Kim Jong-un: «Sarei diventato come lui». Non risparmia critiche alla sinistra, definendola ipocrita, e alla destra, accusata di essere bugiarda. Ha anche denunciato problemi all’interno dell’Imaie, l’ente che tutela gli artisti, accusando di corruzione e di aver subito ingiustizie, tra cui l’accusa di essere un attore ricco che non vuole condividere i guadagni.

Il presente e il futuro

Oggi Ghini si trova sul set di Pupi Avati, ma guarda al passato con realismo: «Sono fuori quota, ho un’esperienza tale che chi se ne frega. Se non ho vinto premi, ho vinto l’affetto del pubblico». La sua carriera, lontana dai salotti radical chic, si caratterizza per un rapporto autentico con il pubblico, che rappresenta il vero motore della sua attività artistica.

Massimo Ghini si conferma così come un attore che, pur riconoscendo le difficoltà e le ingiustizie del mondo dello spettacolo, ha saputo mantenere fede alla propria passione e al legame con il pubblico, dimostrando che il valore di un artista si misura anche con l’affetto e la sincerità.