Il Pd chiede lo scioglimento del partito di Vannacci: “Apologia di fascismo”. Il governo: “Libertà di pensiero”

È scontro politico alla Camera sul futuro di Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci. Il Partito Democratico ha chiesto al governo di verificare se esistano i presupposti per lo scioglimento della formazione politica alla luce della legislazione sull’apologia del fascismo e sulla riorganizzazione del disciolto partito fascista. L’esecutivo, però, ha risposto richiamando la tutela costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero e sottolineando la necessità di distinguere le opinioni, anche radicali, dalle condotte concretamente lesive dell’ordinamento democratico.
Il confronto si è svolto venerdì 18 settembre alla Camera, durante un’interpellanza urgente presentata dal deputato dem Roberto Morassut. A rispondere per il governo è stata la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro.
Morassut: «Per noi il limite è stato superato»
Nel corso del suo intervento in Aula, Morassut ha sostenuto che, secondo il Pd, sarebbe stato oltrepassato il limite previsto dalla Costituzione e dalle leggi che tutelano l’ordinamento democratico.
«Il segno è passato, la Costituzione e le leggi parlano chiaro, il governo deve valutare se questo segno è stato passato. Per noi sì», ha affermato il deputato.
Nell’interpellanza il Pd ha richiamato, in particolare, la legge Scelba e la legge Mancino, chiedendo all’esecutivo di verificare se alcune dichiarazioni, comportamenti e simbologie attribuite a Vannacci e al movimento da lui fondato possano rientrare nelle fattispecie previste dalla normativa.
Morassut ha posto quindi una questione di carattere politico e costituzionale: «C’è o no apologia di fascismo, c’è o no il tentativo di ricostituire una storia ma anche di riorganizzare dei movimenti strutturati e un partito politico? Questa è la domanda al governo».
Il deputato ha inoltre chiesto se il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sia a conoscenza di denunce, segnalazioni e analisi giuridiche riguardanti Vannacci e Futuro Nazionale e se siano state adottate, oppure siano allo studio, iniziative da parte dell’esecutivo.
«Il momento del “se”, della tolleranza e della valutazione dei fatti per noi è passato», ha aggiunto Morassut.
Le contestazioni citate dal Pd
Nel documento presentato alla Camera vengono richiamati diversi episodi e dichiarazioni pubbliche attribuiti a Vannacci. Tra gli elementi citati figurano anche i riferimenti alla X Flottiglia Mas e alcuni passaggi del libro Il mondo al contrario.
L’interpellanza fa inoltre riferimento a una denuncia presentata dall’avvocato Antonio Fiumefreddo nei confronti dell’ex generale. Nel documento vengono riportate ipotesi di reato quali istigazione a delinquere, propaganda e istigazione per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa e associazione sovversiva.
Si tratta, tuttavia, di contestazioni contenute in una denuncia e non di responsabilità definitivamente accertate. La valutazione dell’eventuale rilevanza penale di singoli comportamenti spetta infatti all’autorità giudiziaria.
La risposta del governo: «Libertà di pensiero anche per idee radicali»
Di segno diverso è stata la risposta del governo. Wanda Ferro ha richiamato il principio costituzionale sancito dall’articolo 21, sottolineando che le manifestazioni del pensiero, anche quando radicali o non condivisibili, sono tutelate dalla Costituzione.
Secondo la sottosegretaria, la giurisprudenza richiamata dall’esecutivo distingue tra l’espressione di un’opinione e la realizzazione di condotte che possano trasformarsi in una minaccia concreta e violenta nei confronti dell’ordinamento democratico.
Il punto centrale della risposta del governo è dunque la distinzione tra la libertà di esprimere idee e l’eventuale commissione di condotte illecite. Ferro ha ricordato che il sistema di libertà e garanzie previsto dalla Costituzione nasce anche dall’esigenza di impedire nuove derive autoritarie, ma ha sottolineato la necessità di mantenere distinta la manifestazione del pensiero dalla concreta realizzazione di comportamenti diretti contro l’ordinamento democratico.
«Il sistema di libertà e garanzie» costruito dai padri costituenti, ha spiegato Ferro, si fonda sulla «netta diversità tra l’espressione di idee, ammissibili anche quando radicali e non condivisibili, e la realizzazione di minacce violente contro l’ordinamento democratico».
La sottosegretaria ha quindi concluso: «A quell’insegnamento tutti i governi della Repubblica si sono attenuti e certamente non saremo noi a venirvi meno».
Il procedimento sui militari vicini al partito
Durante la risposta all’interpellanza è emerso anche un procedimento penale relativo alla presenza di militari in servizio che sarebbero attivi in Futuro Nazionale.
Ferro ha riferito che, a seguito di un esposto, il ministero della Giustizia ha iscritto un procedimento penale, successivamente trasmesso alla Procura di Roma.
Anche in questo caso, però, occorre distinguere il piano dell’indagine giudiziaria da quello politico sollevato dal Pd. L’apertura o la trasmissione di un procedimento non costituisce di per sé un accertamento di responsabilità individuale e non determina automaticamente l’esistenza dei presupposti giuridici per lo scioglimento di una formazione politica.
Il nodo resta aperto
Il confronto alla Camera non ha quindi portato a una posizione condivisa tra maggioranza e opposizione. Il Pd chiede al governo una verifica formale sull’eventuale applicabilità della legislazione antifascista a Futuro Nazionale e alle attività contestate al movimento e al suo fondatore.
L’esecutivo, invece, ha ribadito che le espressioni politiche, anche quando radicali e fortemente controverse, devono essere valutate alla luce della libertà di manifestazione del pensiero prevista dall’articolo 21 della Costituzione, distinguendole dalle condotte che possano concretamente integrare illeciti o rappresentare una minaccia per l’ordinamento democratico.
La questione resta dunque sul doppio piano politico e giuridico: da una parte la richiesta di verificare se siano stati oltrepassati i limiti posti dalla legislazione antifascista; dall’altra la posizione del governo, secondo cui gli elementi richiamati nell’interpellanza non possono essere automaticamente equiparati a condotte tali da giustificare lo scioglimento di un partito.