L’annuncio di Ursula von der Leyen è di quelli pensati appositamente per agenzie di stampa e giornali. Quell’“aboliremo il trattato di Dublino”, scagliato dalla presidente della Commissione europea durante il discorso sullo Stato (malandato) dell’Unione, ha subito scatenato le ovazioni dei vari M5S, Pd ed esponenti del governo.

Ma la “svolta” (Conte dixit) per cui tutti già si spellano le mani, per ora è solo un pourparler con poco di concreto.

Forse i bollenti entusiasmi andrebbero spenti per una lunga serie di motivi. Il primo è di natura pratica. Il Patto sui migranti verrà presentato mercoledì dalla Commissione, una settimana prima di quanto previsto, ma solo il giorno prima dell’inizio del Consiglio europeo con tutti i capi di Stato e di governo dell’Ue. Secondo Politico.eu, che ha raccolto le indiscrezioni di un funzionario Ue, il 24 settembre i grandi d’Europa potrebbero non avere il tempo di studiare il dossier così da iniziare una discussione dettagliata durante il vertice. E tutto potrebbe essere rimandato a data da destinarsi.

C’è poi la questione contenuti. Cosa sappiamo per ora del nuovo Piano migratorio? Poco o nulla. Bruxelles ci lavora da fine 2019, la sua presentazione era prevista a marzo. Ma il Covid ha complicato i piani. Ursula ha anticipato pochi dettagli molto generici. Dovrebbe nascere una “governance europea della gestione delle migrazioni”, con una “struttura comune per l’asilo e i rimpatri” e “un meccanismo di solidarietà molto forte e incisivo”. Bellissimo. Ma nella pratica? Vito Crimi si aspetta una “proposta davvero ambiziosa”. L’europarlamentare Laura Ferrara (M5S) chiede ricollocamenti automatici e obbligatori”. E Zingaretti è già convinto “renderà finalmente co-protagonisti e partecipi tutti i paesi, non solo l’Italia, nella gestione dei flussi migratori”. Ma di concreto per ora non c’è niente.
Abolire Dublino significherebbe mettere fine alla politica dello “Stato di primo approdo”, quella norma che obbliga Paesi come l’Italia e la Grecia a farsi carico – in pratica – di tutti i richiedenti asilo che sbarcano sulle loro coste. L’addio al Dublino III sarebbe sicuramente una nota positiva, ma da cosa verrà sostituito? “Il trattato riguarda i rifugiati – dice Giorgia Meloni – i quali sono il 10% dei migranti che arrivano da noi. Il problema che noi dobbiamo affrontare è come si risolve il problema del rimanente 90%, cioè degli immigrati clandestini che noi, anche se modificassimo cento volte il Decreto di Dublino, non potremmo comunque ricollocare in Europa”. L’Italia (da tempo) preme per rendere obbligatorio il meccanismo di ripartizione dei migranti recuperati in mare. Oggi l’adesione è volontaria (solo da parte di alcuni) e ogni volta per attivarla servono sforzi diplomatici. Secondo Repubblica, l’idea della Commissione sarebbe quella di far rientrare nella redistribuzione obbligatoria solo chi ottiene l’asilo e non i migranti economici, che però sono l’80% del carico di carne umana trafficato dagli scafisti. Una ripartizione obbligatoria potrebbe essere garantita in caso di flussi “straordinari” (chi lo decide quando lo è?), ma assicurando agli Stati restii alla solidarietà di sfilarsi. Magari facendosi carico dei costi dei rimpatri.

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Ecco, i rimpatri. Ursula ha assicurato che ci sarà un “collegamento più stretto tra asilo e rimpatrio”, perché “dobbiamo fare una chiara distinzione tra coloro che hanno il diritto di restare e coloro che non lo hanno”. Posizioni già assunte in passato, ma che dal 2015 – anno di inizio della crisi migratoria – non ha trovato grande applicazione. I numeri parlano chiaro.
Il vero problema riguarda però le divisioni storiche tra gli Stati membri. Il blocco di Visegrad e l’Austria di Kurz non sono propensi ad accettare condivisioni di migranti. Ursula proverà ad ingolosirli proponendo di “rafforzare le frontiere esterne”, rafforzando (magari a livello Ue) gli accordi con i Paesi africani per i rimpatri e sviluppando “canali legali di migrazione”. L’obiettivo è dare vie sicure ai profughi, accogliere solo chi può lavorare e tagliare il “business” ai trafficanti. Basterà? Difficile dirlo. Di sicuro i precedenti non sorridono alla bionda Ursula.

Basta scorrere la (lunga) pagina web dedicata dal Consiglio europeo alla cronistoria della risposta alle pressioni migratorie. È dal 2015 che si promuovono incontri, riforme, modifiche, proposte. Ma a parte pochi passi in avanti siamo sostanzialmente allo stesso punto. Gli ignobili campi sulle isole greche continuano a incendiarsi. Gli scafisti incassano. Gli sbarchi continuano. Magari questa è la volta buona (si spera). Ma gioire per una sicura “svolta” è sicuramente prematuro. Alle parole occorre far seguire i fatti. E per arrivare ad una soluzione la riforma dovrà essere approvata in co-decisione da Consiglio e Parlamento Ue. I tempi sono lunghi. L’abolizione per ora è poco più di un sogno, lontano dalla realtà. Lo sa bene la Sicilia: “Leggere sui giornali che l’Europa cambia la linea sui migranti, mentre tutte le Ong si dirigono solo sui porti siciliani – dice oggi Musumeci – suona come una beffa”.

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