Errore burocratico costa 1,2 milioni di euro a infermiere italiano in Belgio. I colleghi chiedono un’amnistia

Errore burocratico costa 1,2 milioni di euro a infermiere italiano in Belgio. I colleghi chiedono un’amnistia

Era sicuro che il diploma di infermiere ottenuto nel 2007 gli bastasse per esercitare la professione a vita, ma non aveva fatto i conti con la burocrazia. Che gli ha presentato il conto un decennio dopo: 1,2 milioni di euro da pagare allo Stato belga per non aver rinnovato l’iscrizione (gratuita) all’albo provinciale di categoria. E’ quanto successo a Giuseppe Marcello, infermiere 35enne originario di Lercara Friddi, ma cresciuto in Belgio, dove ha studiato e lavorato, almeno fino a poco tempo fa. La sua vicenda risale al settembre scorso, ma è tornata in auge in questi giorni perché altri suoi colleghi, circa una ventina, potrebbero incorrere in sanzioni simili. E hanno chiesto al governo di Bruxelles un’amnistia per poter continuare a esercitare. Tanto più dinanzi alle carenze di personale medico negli ospedali congestionati per via della seconda ondata di Covid-19.

Il caso

A farsi portavoce di Marcello e degli altri infermieri sono due avvocati, Toller e Ancion, che a Le Soir hanno raccontato la situazione di questo gruppo di professionisti sanitari. In sostanza, la legge belga prevede che dopo un anno dall’ottenimento del diploma, i nuovi infermieri debbano ottenere un visto dalla commissione medica provinciale per poter continuare a esercitare. Una pura formalità burocratica, visto che fino al 2015 bisognava semplicemente presentarsi alla commissione competente con il proprio diploma per ottenere il visto (adesso la procedura è online). Il visto, tra l’altro, è richiesto dalle autorità solo per ragioni statistiche (ossia stabilire il numero di infermieri esercitanti nelle varie province del Paese) e non rappresenta dunque una valutazione o un monitoraggio del corretto operato degli infermieri.

Stando a quanto ricostruito durante il processo, Marcello aveva ricevuto diversi avvisi per mettersi in regola, ma non se n’era curato, pensando fosse una scartoffia burocratica inutile e non rilevante. Mai valutazione più sbagliata: il giudice lo ha condannato lo scorso settembre a restituire quanto guadagnato in una vita da infermiere, poiché quelle attività non avrebbe potuto svolgerle senza visto (una sorta di esercizio abusivo della professione). Il suo avvocato, poi, ha peggiorato la situazione: non ha compilato correttamente il modulo di ricorso e per Marcello è scattata la condanna definitiva. “La sua casa, la sua proprietà, il suo reddito, tutto è stato sequestrato”, racconta Toller, avvocato a cui si sono rivolti altri infermieri in simili condizioni.

L’appello all’amnistia

Già perché Marcello non è l’unico ad aver dimenticato di ottemperare al visto: almeno una ventina di infermieri belgi hanno smesso di esercitare per paura di venire “scoperti”. Tra l’altro in un momento in cui il governo belga è a corto di personale dinanzi alla spaventosa seconda ondata di Covid-19 che ha saturato gli ospedali del Paese. Proprio per questo, gli avvocati Toller e Ancion stanno aiutando questo gruppo di professionisti a fare pressioni sul ministero della Sanità per ottenere un’aministia: “Nel contesto sanitario attuale, dovremmo tenere maggiormente in conto ciò che rappresenta la professione infermieristica, un’attività intensa e impegnativa con elevate responsabilità – spiega Toller a Le Soir – Stiamo inviando una lettera al ministro della Sanità. Ci auguriamo che si possa comprendere come in un tale contesto si possa omettere di compiere un atto puramente amministrativo. Un atto che non mette certo in discussione le qualità professionali”.