È finita l’era Salvini: i migranti rioccupano il palazzo di via Costi

Via Raffele Costi un anno dopo è tornata ad essere un approdo per disperati. La voce tra i migranti allo sbando nella Capitale si è sparsa in fretta.

Così il rudere diroccato che svetta sulla periferia di Tor Sapienza è stato occupato di nuovo. Qui le ruspe del ministro Salvini sono ormai un ricordo sbiadito. Non hanno retto all’urto di chi cerca riparo né il ferro delle recinzioni né il cemento con cui sono stati sigillati gli accessi. Il primo è stato divelto quel tanto che basta a ritagliarsi un varco, mentre il secondo è stato buttato a terra. Per chi ha seguito le vicende della vecchia occupazione è come un déjà-vu: i panni stesi, le sagome che si intravedono al di là dei vetri rotti e il fumo delle cucine improvvisate che si disperde nell’aria. Ogni cosa pian piano sta tornando al suo posto. Lì dove prima abitavano quasi 300 persone, oggi ce ne sono una quarantina.

Principalmente migranti dell’Africa subsahariana: gambiani, nigeriani, ghanesi e senegalesi. Sono arrivati qui tra luglio e agosto e ci raccontano di essere stati “deportati” dalla Germania. Fanno parte, insomma, della schiera di dublinanti che Berlino mette su un volo di sola andata verso l’Italia. Uno di loro si chiama Boubakar e ha 27 anni. Quando lo hanno riportato indietro non aveva nulla con sé ed è finito a dormire in mezzo alla strada, finché il passaparola non lo ha condotto in via Costi. Un’esperienza diversa, invece, è quella che ci racconta Reginald, originario del Ghana. Dopo lo sbarco in Sicilia è stato trasferito in una struttura di accoglienza qui a Roma. Quando il centro ha chiuso i battenti, per lui si sono spalancate le porte di questa occupazione abusiva. Entrambi ci assicurano di avere i documenti in ordine e neppure un soldo in tasca. Sanno perfettamente che la situazione in cui si trovano non è legale ma non temono l’arrivo delle forze dell’ordine: “Siamo in regola e non abbiamo precedenti penali, se la polizia dovesse arrivare non può farci nulla, se non darci un posto dove stare”.

Parlando con loro scopriamo però che ci sono anche degli irregolari. Loro non dormono nell’edificio pericolante, ma si sono rifugiati qualche metro più in là, sotto al cavalcavia della A24 e nei canneti circostanti, proprio perché “da lì è più facile scappare in caso di blitz”. Quanti sono? “Tanti, ma è difficile dirlo con precisione”. Quando decidiamo di proseguire in direzione del viadotto, i due ci mettono in guardia. Dicono che la nostra presenza potrebbe non essere gradita. Solo uno di loro accetta di venire con noi. Sotto al cavalcavia il passaggio è continuo. Tra i piloni di cemento spuntano tende, materassi, sedie e indumenti lasciati ad asciugare. C’è persino una bombola del gas. Mentre lo attraversiamo, Boubakar indica una pedana di legno: “Questo – dice – è uno spaccio alimentare”. Strabuzziamo gli occhi e gli chiediamo spiegazioni. La risposta ci lascia ancora più attonite: “È una specie di minimarket dove veniamo a comprare pane, acqua e bevande varie, anche alcolici ma io non li compro perché sono musulmano”. Il “gestore” (se così lo possiamo definire) è sempre uno di loro, che acquista i prodotti nei supermercati della zona per poi rivenderli a prezzi concorrenziali.

Non abbiamo il tempo di domandare di più perché alle nostre spalle sentiamo qualcuno strillare. Ce l’ha con noi. “Giornalisti, maiali, andate via che dopo di voi arriva sempre la polizia a sgomberare”, urla un africano che ci viene incontro sbracciando. Inutile provare e calmarlo, è fuori di sé. E dopo esser state apostrofate in tutti i modi, non ci rimane che allontanarci a passo svelto ed entrare nel primo bar che troviamo. Non è stupita di quello che ci è accaduto una delle cameriere. “Si vedono spesso barcollare in preda ai fumi dell’alcol o a chissà cosa, a me non hanno mai fatto nulla ma una nostra cliente – racconta – è stata aggredita due settimane fa: hanno cercato di rubarle il cellulare”. Nella zona sono tutti sul piede di guerra. Soprattutto perché si sentono beffati. “Hanno fatto uno sgombero, speso soldi pubblici e questi sono i risultati”, denuncia Roberto Torre, storico presidente del Comitato di quartiere Tor Sapienza. Allarga le braccia in preda allo sconforto. Non molto distante dal rudere c’è anche il campo rom di via Salviati, il terzo più grande della città per numero di presenze. I residenti si sentono circondati e dimenticati. Temono che con i nuovi equilibri politici e la saldatura tra Raggi e Zingaretti il ripristino della legalità non sia più all’ordine del giorno.

 

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