Coronavirus, Pietro Senaldi: “In Sicilia più contagi che in Lombardia, ma nessuno pensa a fermare i migranti”

Coronavirus, Pietro Senaldi: “In Sicilia più contagi che in Lombardia, ma nessuno pensa a fermare i migranti”

19 Agosto 2020 Off Di Admin

Mancano i tamponi, in compenso abbondano i cialtroni. Le sole speranze che abbiamo per non ricadere nell’incubo di marzo e aprile sono i medici e il virus. I primi hanno imparato a conoscere il Covid-19 e ad affrontarlo, soprattutto dopo che, violando le direttive del governo, alcuni di essi hanno cominciato a fare le autopsie sui morti. Il secondo continua a circolare, i dati dicono come a fine maggio, ma oggi solo una parte irrisoria dei contagiati ha sintomi significativi e ancora meno sono in gravi condizioni. Quanto al governo, si conferma il miglior alleato del Corona. Grazie agli sbarchi di clandestini, la Sicilia ha superato di gran lunga la Lombardia come indice di contagi, ma nessuno si sogna di fermare gli arrivi. In compenso l’esecutivo chiude le discoteche, anche se a Rimini il virus è meno presente che a Reggio Calabria e Agrigento.

Giusta o sbagliata, la decisione è comica: i positivi sono cresciuti per tutta la settimana scorsa, i trombettieri dell’allarmismo sono in servizio ininterrotto da sei mesi, ma il divieto di ballo è entrato in vigore solo ieri, di lunedì, dopo che per tutto il fine settimana di Ferragosto chiunque ha potuto fare quello che gli garbava. Una scelta che, più che l’intento di contenimento del contagio, tradisce la preoccupazione di crearsi un alibi posticcio, criminalizzando due categorie, i giovani e i proprietari di discoteche, così come prima erano stati crocifissi i podisti, gli amanti dell’aperitivo, gli imprenditori. Gli ultimi untori sono quelli che hanno fatto le vacanze all’estero; e qui per una volta il dato viene a sostegno dell’accusa, perché parrebbe che il 30-40% dei nuovi cittadini positivi si sia ammalato oltre frontiera, Spagna, Grecia, Croazia. L’esecutivo si piange addosso, ricordando che aveva fatto appello a trascorrere le vacanze in Italia, il più bel Paese del mondo. Però è vero solo a metà, anzi per un quarto. Non c’è mai stata una presa di posizione vigorosa da parte di Conte e compagni che mettesse in allerta dall’espatriare. Altri Paesi, in tempi recenti, quando noi avevamo più contagiati di loro, lo fecero chiaramente nei nostri confronti. QUARANTENA Il governo in sostanza ha lasciato fare, e tanto per cambiare non si è preparato, tant’ è che non siamo in grado di fare dei tamponi a tutti coloro che tornano e ora si medita di metterli in quarantena. È la caratteristica principe dell’esecutivo, quella di cambiare le carte in tavola di continuo, fregandosene dei danni che fa, sicché uno che lascia l’Italia oggi, o lo ha fatto due settimane fa, non sa come e quando potrà rientrarvi per vivere liberamente. Nella fattispecie, non ce la sentiamo di solidarizzare troppo con chi ha deciso di alzare i tacchi. Da una parte si può condividere il desiderio di passare le ferie in pace, e libertà, in nazioni che garantiscano che il pacchetto vacanze non muti a seconda dell’umore del premier di turno. Dall’altra parte non possiamo non stigmatizzare l’atteggiamento di chi, la scorsa primavera, si mostrava preoccupato e prudente, si è rifiutato di andare in ufficio per mesi, sfruttando la scusa del Covid per farsi gli affari propri, anche se i luoghi di lavoro sono tra i posti dove i contagi sono stati più bassi, e poi in agosto è diventato improvvisamente temerario e si è precipitato all’estero a godersi Paesi senza regole anti-virus. Un comportamento cialtrone, facilitato dal governo, del tutto disinteressato alle aziende e alla loro efficienza. L’AUTUNNO La retorica nazionale, ma forse sarebbe il caso di dire di regime, per tutta la clausura ce l’ha menata nel tentativo di farci credere che l’epidemia ci avrebbe reso migliori. Invece, come ogni catastrofe, ha esaltato i nostri difetti. Il governo non si è preparato all’autunno. A tre settimane dall’inizio dell’anno, non sappiamo neppure se e come riapriranno le scuole. Quanto agli italiani, hanno iniziato a lavorare da casa per non contagiarsi, però quando vanno al mare non stanno in giardino ma si riversano tutti in spiaggia. In compenso ieri era il primo lunedì di rientro e dalla villeggiatura di buon mattino sono partite le telefonate. Mamma sta male, il bimbo ha la febbre, il fidanzato si è rotto il piede, mia cugina è stata scaricata ed è depressa, c’è traffico in autostrada, non ho fatto in tempo a fare la spesa e ho il frigo vuoto, ti spiace se oggi lavoro da casa, e magari anche domani e dopodomani? Tutte scuse Covid-free, come direbbe chi sa l’inglese. Fate pure, basta che a casa ci restiate per sempre, magari convertendo l’attività in un centro per l’infanzia, che in Italia dura fino ai 14 anni, o in una rsa che accolga pazienti dai 40 in su.