“Che vergogna”. Cacciari demolisce il governo: attacco durissimo
Gli scontri di Milano e le proteste che attraversano diversi Paesi europei riaccendono il dibattito sul disagio delle nuove generazioni e sulle responsabilità della politica. Per il filosofo Massimo Cacciari, dietro le tensioni di piazza non ci sono soltanto problemi di ordine pubblico, ma una crisi sociale profonda, alimentata dalla perdita di prospettive, dalle difficoltà economiche e da una crescente sfiducia nelle istituzioni.
In un’intervista rilasciata a La Stampa, Cacciari individua un malessere che, a suo giudizio, accomuna l’Italia, la Francia e la Spagna. La sua analisi è netta: le democrazie europee non possono continuare a ignorare il peggioramento delle condizioni materiali di una parte della popolazione, soprattutto dei giovani. E nel mirino finisce anche la classe dirigente, accusata di non aver saputo rispondere alle trasformazioni sociali degli ultimi trent’anni.
«I giovani si sentono esclusi, senza prospettive e senza speranze»
Il punto di partenza dell’analisi di Cacciari è la condizione delle nuove generazioni, che si sentirebbero sempre più lontane dalle opportunità promesse dalla società. Una frustrazione che, secondo il filosofo, è possibile cogliere direttamente frequentando le scuole e vivendo a contatto con i ragazzi.
«Le giovani generazioni si sentono totalmente escluse, senza prospettive, senza neanche speranze», afferma Cacciari, che parla di una «frustrazione profonda» legata alle politiche portate avanti dalle generazioni precedenti.
Il riferimento non riguarda soltanto le difficoltà economiche, ma anche la percezione di un futuro sempre più incerto. L’accesso al lavoro, la possibilità di costruirsi una vita autonoma e la qualità dei servizi pubblici diventano elementi centrali nella lettura del malessere giovanile.
Per Cacciari, dunque, limitarsi a condannare le violenze senza interrogarsi sulle condizioni che alimentano il disagio significa affrontare soltanto una parte del problema. Comprendere le ragioni della rabbia sociale, tuttavia, non significa giustificare gli atti violenti, ma cercare di impedire che situazioni di tensione si ripetano.
«È una crisi europea, non soltanto italiana»
Nell’intervista a La Stampa, il filosofo sottolinea che le proteste italiane e quelle registrate oltre confine sono manifestazioni di una crisi più ampia.
«La stessa cosa in tutta Europa», sostiene, descrivendo una situazione che considera ormai «assolutamente intollerabile».
Secondo Cacciari, le differenze tra i Paesi dipendono soprattutto dalle condizioni locali. In Spagna, per esempio, la protesta può essere maggiormente legata alle difficoltà abitative, mentre in Italia il quadro presenta caratteristiche differenti, anche per la maggiore diffusione della proprietà immobiliare tra le famiglie.
Al di là delle specificità nazionali, il problema sarebbe però comune: una democrazia non può reggersi soltanto sui principi formali, se contemporaneamente arretrano il reddito, i servizi sociali e le opportunità per le fasce più deboli.
«La democrazia non è un’idea astratta», osserva il filosofo, richiamando la necessità di politiche economiche e sociali capaci di tutelare i redditi più bassi e di ridurre le disuguaglianze attraverso una fiscalità progressiva.
È questo, nella sua interpretazione, uno degli elementi fondamentali per ricostruire il rapporto tra cittadini e istituzioni.
L’attacco a Giorgia Meloni: «Non ha fatto un piffero di niente»
Nel corso dell’intervista non manca un passaggio diretto sulla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, chiamata in causa dopo le violenze di Milano e il dibattito sulle responsabilità del governo.
Il giudizio di Cacciari è particolarmente duro: «Ma cosa deve dire? Può essere lei a fare l’analisi della situazione aggiungendo che, appunto, non ha fatto un piffero di niente?».
Il filosofo, tuttavia, precisa che le responsabilità non possono essere attribuite esclusivamente all’attuale presidente del Consiglio. La sua critica si estende all’intera classe dirigente europea, che a suo giudizio avrebbe proseguito per decenni lungo una linea sostanzialmente invariata.
«Non è che la colpa sia solo sua, è di una classe dirigente europea che con modifiche non sostanziali procede da trent’anni», afferma.
Cacciari individua proprio nella stagnazione del benessere e dei diritti sociali uno dei fattori che avrebbero progressivamente indebolito il rapporto tra cittadini e istituzioni. Per il filosofo, mentre in passato i governi europei erano riusciti a garantire una crescita dei servizi e delle condizioni di vita, negli ultimi decenni questo processo si sarebbe sostanzialmente bloccato.
Una situazione che, secondo la sua lettura, rende meno sorprendente la diffusione delle proteste e della rabbia sociale.
«Basta girare per le strade» per vedere il malessere
Cacciari invita la politica a non sottovalutare ciò che accade nella vita quotidiana delle persone. Il disagio, sostiene, non sarebbe difficile da individuare per chi osserva da vicino la realtà sociale.
«Basta avere gli occhi per vederlo. Basta girare per le strade, vivere con la gente», dichiara, criticando una classe dirigente che rischierebbe di rimanere distante dalle difficoltà concrete dei cittadini.
Il richiamo riguarda la necessità di comprendere il peso delle difficoltà economiche, dell’incertezza sul futuro e della riduzione delle opportunità. Fattori che possono contribuire a creare un clima di sfiducia, soprattutto tra chi non vede prospettive di miglioramento.
In questo scenario, le violenze registrate nelle piazze rappresentano, nella lettura del filosofo, il segnale più visibile di un malessere che avrebbe radici più profonde.
Resta però essenziale distinguere tra le rivendicazioni sociali e gli atti di devastazione: la presenza di problemi economici e di disuguaglianze non rende accettabili le aggressioni o i danneggiamenti, ma rende necessario affrontare anche le cause che possono alimentare il conflitto.
La richiesta alla classe dirigente: «Che si sveglino»
La conclusione dell’analisi di Cacciari è un appello diretto ai governi europei. Dopo le proteste, la speranza è che la classe dirigente riesca finalmente a riconoscere la portata del problema e a intervenire con politiche adeguate.
«Certamente se si limitano soltanto a denunciare le violenze e non capire che appunto sono l’epifenomeno ultimo di una situazione drammatica che riguarda tutta la politica europea […] non si va avanti», avverte.
Il filosofo chiede quindi uno sforzo politico e culturale che vada oltre la gestione dell’emergenza, con interventi capaci di sostenere le nuove generazioni e i cittadini economicamente più fragili.
Il nodo centrale resta quello delle opportunità: lavoro, redditi, servizi pubblici e possibilità di costruire un futuro autonomo. Senza risposte concrete su questi fronti, secondo Cacciari, il rischio è che il divario tra istituzioni e società continui ad allargarsi.
Gli scontri di Milano diventano così l’occasione per una riflessione che supera i confini italiani. La sfida per i governi europei, nella sua analisi, è comprendere che la sicurezza non può essere affrontata soltanto attraverso la repressione delle violenze, ma richiede anche politiche sociali capaci di restituire fiducia e prospettive.
Il messaggio finale è un invito a cambiare passo: la condanna dei disordini è necessaria, ma non sufficiente. Per evitare che la tensione sociale continui a crescere, la politica deve dimostrare di saper ascoltare le richieste dei cittadini e trasformarle in risposte concrete.








