Caso Fakir, dallo scudo penale alla contenzione: i nodi dell’inchiesta sulla morte del 42enne

L’inchiesta sulla morte di Abderrahim Fakir, il cittadino marocchino di 42 anni deceduto durante un intervento di polizia nel quartiere Pilastro di Bologna, entra in una fase cruciale. Gli investigatori stanno approfondendo diversi aspetti della vicenda, dalle modalità con cui è stato effettuato il contenimento fisico fino all’applicazione delle nuove disposizioni introdotte dal Decreto Sicurezza in materia di tutela degli operatori delle forze dell’ordine e del personale sanitario.
Si tratta di accertamenti distinti ma strettamente collegati, che dovranno consentire alla Procura di ricostruire l’intera dinamica dei fatti e verificare se l’intervento sia stato condotto nel rispetto delle procedure previste.
Gli operatori iscritti nel registro modello 45 bis
Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, i pubblici ministeri di Bologna hanno iscritto i due agenti di polizia e i quattro operatori del 118 intervenuti quel giorno nel registro modello 45 bis, introdotto dalle norme contenute nel Decreto Sicurezza.
Questa iscrizione rappresenta una fase preliminare delle verifiche e non equivale all’iscrizione nel registro degli indagati previsto dall’articolo 335 del Codice di procedura penale. L’obiettivo è valutare se il comportamento degli operatori possa rientrare in una delle cause di giustificazione previste dall’ordinamento, come l’adempimento di un dovere, la legittima difesa, l’uso legittimo delle armi o lo stato di necessità.
Al termine degli accertamenti, le posizioni potranno essere archiviate oppure, qualora emergano elementi da approfondire mediante incidente probatorio o ulteriori attività investigative, si potrà procedere con l’eventuale iscrizione nel registro degli indagati.
Cosa prevede lo scudo penale
Le disposizioni introdotte con il Decreto Sicurezza prevedono inoltre un sostegno economico agli operatori coinvolti in procedimenti giudiziari per fatti connessi al servizio.
In particolare, lo Stato può anticipare fino a 10 mila euro per le spese legali sostenute dagli appartenenti alle forze dell’ordine e dal personale interessato. L’importo dovrà però essere restituito qualora venga accertata la responsabilità dolosa dell’operatore.
La normativa punta a garantire una tutela economica durante le fasi dell’accertamento giudiziario, senza incidere sul successivo giudizio di merito.
La contenzione al centro delle verifiche
Uno dei punti più delicati dell’inchiesta riguarda le modalità con cui Fakir è stato immobilizzato durante l’intervento.
La contenzione fisica rappresenta una tecnica utilizzata nei confronti di persone in forte stato di agitazione per prevenire danni a sé stesse o ad altri, ma è disciplinata da protocolli che raccomandano di limitarne la durata e di evitare il mantenimento prolungato della posizione prona.
Secondo le linee guida richiamate dagli esperti, questa posizione può infatti aumentare il rischio di complicanze respiratorie e cardiovascolari, motivo per cui deve essere mantenuta solo per il tempo strettamente necessario e accompagnata da un costante monitoraggio delle condizioni della persona.
Sarà compito della Procura verificare se, nel caso di Fakir, le procedure operative siano state rispettate e se le modalità del contenimento abbiano avuto un’incidenza sul decesso.
Il dibattito tra gli esperti
Sul tema è intervenuto anche Fabio De Iaco, già presidente della Società italiana della medicina di emergenza-urgenza (SIMEU), che ha sottolineato come il contenimento fisico rappresenti una procedura ad alto rischio e debba essere adottato solo quando strettamente necessario, seguendo rigorosamente i protocolli previsti.
Le sue osservazioni si inseriscono in un dibattito più ampio che da anni coinvolge il mondo sanitario e le forze dell’ordine sull’equilibrio tra la necessità di garantire la sicurezza degli operatori e quella di tutelare l’incolumità della persona sottoposta a contenimento.
I precedenti giudiziari della vittima
Nel ricostruire il profilo personale di Fakir, il quotidiano La Verità richiama alcune vicende giudiziarie che lo avevano riguardato negli anni precedenti.
Tra queste viene ricordata una condanna per reati legati agli stupefacenti, con una pena di quattro anni e due mesi di reclusione, oltre a un episodio avvenuto nel 2019 a bordo di un treno, conclusosi con l’arresto per resistenza e interruzione di pubblico servizio. Il quotidiano cita inoltre una denuncia per lesioni risalente al 2022.
Si tratta di elementi che fanno parte del percorso personale della vittima e che, pur contribuendo a delinearne il profilo, restano distinti rispetto agli accertamenti sulla dinamica dell’intervento che ha portato al decesso.
Un’inchiesta ancora aperta
Le indagini proseguono su più fronti. Gli investigatori stanno analizzando le immagini dell’intervento, le registrazioni delle chiamate di emergenza, le testimonianze dei presenti e gli esiti degli accertamenti medico-legali.
Parallelamente verrà valutata la corretta applicazione delle procedure di contenimento e delle norme introdotte dal Decreto Sicurezza per gli operatori coinvolti.
Solo l’esame complessivo di tutti gli elementi raccolti consentirà alla Procura di chiarire se l’intervento si sia svolto nel rispetto dei protocolli previsti e di accertare eventuali responsabilità nella morte di Abderrahim Fakir.