Campi rom tra odio e rivolta: “Salvini merita un proiettile”

Via Monte Bisbino, periferia nord di Milano. Lungo questa via sorgone ville lussuose, casette di vario tipo e baracche date alle fiamme.

Si tratta di uno dei campi rom irregolari meneghini. Uno di quelli che Sala aveva promesso di chiudere. Promesso sì, e basta.

Il villaggio irregolare è tutto rigorosamente abusivo. Le case di lusso (GUARDA IL VIDEO) sono state costruite su un terreno non edificabile e i rom ci vivono tranquillamente da diversi anni. Ce lo spiegano loro, facendo i calcoli. “Sono almeno 20 anni”, spiega una donna. Ma ai rom tutto è concesso, a quanto pare. “Addirittura stanno continuando ad edificare”, spiega Silvia Sardone – consigliere comunale ed europarlamentare della Lega – sul posto per un sopralluogo. “Se l’avessi fatto io avrebbero già abbattuto tutto”, aggiunge.

Gli abitanti del campo sono principalmente slavi: alcuni sono agli arresti domiciliari, in tanti non lavorano e qualcuno non ha neppure i documenti in regola. Secondo Sardone “è per situazioni come queste che il censimento dei rom può rappresentare una svolta per capire chi realmente vive nei campi” perché “i cittadini vogliono e meritano legalità, non zone off limits di questo tipo”.

Ed è proprio dopo l’annuncio dell’avvio del censimento voluto dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che nei campi rom è aumentata la tensione nei confronti del leader leghista. “Quel coglione di Salvini, c’è sempre lui in mezzo”, attacca una rom che abbiamo avvicinato. Ma oltre agli insulti che c’è anche chi parla del leader leghista con aria di sfida. “Che venga qui a parlare con noi, se ha le palle”, urla una signora con tono palesemente arrabbiato. Poi partono addiritture le minacce. “A Salvini andrebbe tirato un proiettile in testa”, grida una donna pregiudicata che si trova agli arresti domiciliari.

Ma non bastano minacce e furti per chiudere questo fortino d’illegalità coccolato dalla sinistra . E sono le stesse forze dell’ordine a confermare che gli abitanti del campo sopravvivono grazie a rapine e truffe (anche di migliaia di euro).

Nel villaggio – tra cumuli di spazzatura enormi, bici del bike sharing, elettrodomestici, bombole di gas, carcasse di auto incidentate e topi morti – non mancano i bambini. E una scritta su un muretto la dice lunga: “Io a scuola non ci vado”.

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