Marsili, il rischio delle frane sottomarine: cosa dicono davvero gli studi su tsunami e grandi depositi

Nel cuore del Tirreno meridionale si trova il Marsili, uno dei più grandi vulcani sottomarini d’Europa. La sua attività e la stabilità dei suoi versanti sono da tempo oggetto di studi scientifici, soprattutto per le possibili conseguenze che un’eruzione o un cedimento di grandi dimensioni potrebbero avere sull’ambiente marino e sulle coste circostanti.
Il rischio potenziale non riguarda soltanto un’eventuale eruzione. In determinate condizioni, anche il collasso di una porzione del vulcano potrebbe spostare una grande quantità d’acqua e generare uno tsunami. Si tratta, tuttavia, di uno scenario ipotetico: gli studi disponibili non indicano che un simile evento sia imminente e non dimostrano che ogni eruzione debba necessariamente provocare una frana.
Per comprendere la reale pericolosità del Marsili è quindi necessario distinguere tra ciò che è stato osservato, ciò che è stato ricostruito attraverso gli studi geologici e ciò che emerge dalle simulazioni.
Marsili, il gigante sommerso del Tirreno
Secondo l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV), il Marsili si estende per circa 70 chilometri in lunghezza e 30 in larghezza, a nord delle isole Eolie. La sua sommità si trova a circa 500 metri sotto la superficie del mare.
Si tratta di un vulcano attivo, caratterizzato da fenomeni idrotermali, emissioni di fluidi e attività sismica. La sua storia eruttiva, tuttavia, non è ancora conosciuta in modo completo.
La profondità alla quale si trova la sommità del vulcano è un elemento importante per valutare le possibili conseguenze di un’eruzione. In un approfondimento pubblicato nel 2024, l’INGV ha spiegato che un’eruzione relativamente poco esplosiva, a profondità comprese tra 500 e 1.000 metri, potrebbe produrre effetti superficiali soprattutto attraverso emissioni gassose e materiale vulcanico galleggiante.
Uno scenario differente riguarda invece eventuali fenomeni più intensi o il cedimento di porzioni dei versanti. È proprio su questi processi che si concentrano alcune delle ricerche dedicate alla pericolosità del Marsili.
I depositi sottomarini risalenti a 50mila anni fa
Un contributo importante alla ricostruzione della storia geologica dell’area è arrivato da uno studio pubblicato nel 2023 sulla rivista scientifica Geology, firmato da Derek E. Sawyer, Roger Urgeles e Claudio Lo Iacono.
I ricercatori hanno individuato quattro grandi depositi sedimentari nel settore occidentale del bacino del Marsili, formatisi nel corso degli ultimi 50mila anni.
Questi depositi, chiamati megabed, sono strati eccezionalmente spessi di sedimenti accumulati sul fondale marino. La loro analisi consente di ricostruire alcuni dei processi geologici che hanno interessato il Tirreno nel corso del tempo.
Un aspetto fondamentale riguarda la loro provenienza. Il bacino del Marsili è un’area marina più ampia del solo edificio vulcanico: la presenza di materiale vulcanico nei sedimenti non dimostra, da sola, che questi depositi siano stati prodotti da frane originate direttamente dal vulcano.
Una ricerca pubblicata nel novembre 2025 sulla rivista Basin Research ha successivamente approfondito la ricostruzione, identificando cinque depositi e ipotizzando possibili collegamenti con grandi eruzioni della provincia vulcanica campana, comprese quelle dei Campi Flegrei.
Le analisi suggeriscono inoltre che i processi responsabili della formazione di questi strati siano più complessi di quanto inizialmente ipotizzato.
I depositi rappresentano quindi una preziosa testimonianza della storia geologica del Tirreno, ma non possono essere interpretati automaticamente come la prova di antichi collassi del Marsili.
Tsunami dal Marsili: cosa dicono le simulazioni
Il possibile legame tra il cedimento dei versanti del vulcano e la formazione di uno tsunami è stato esaminato anche attraverso modelli numerici.
Uno studio pubblicato online nel dicembre 2020 sul Bulletin of Volcanology, firmato da Gallotti e altri ricercatori, ha analizzato cinque possibili scenari di collasso, valutando le conseguenze che una frana sottomarina potrebbe avere sulla propagazione delle onde.
I risultati variano sensibilmente in base alle dimensioni della massa coinvolta, alla profondità del cedimento e alle caratteristiche del fondale. Non tutte le frane, infatti, producono onde della stessa intensità: i cedimenti più piccoli o più profondi possono avere effetti differenti rispetto a quelli che interessano porzioni più superficiali e volumi maggiori di materiale.
Nello scenario estremo considerato nello studio, il distacco di circa 17,6 chilometri cubi di materiale potrebbe generare onde capaci di raggiungere altezze di circa 20 metri in alcuni settori costieri.
Le simulazioni indicano inoltre tempi di propagazione nell’ordine di 10 minuti verso le Eolie e di circa 20 minuti verso alcune aree della Calabria e della Sicilia.
Si tratta di risultati riferiti a uno specifico scenario modellizzato, non di una previsione di ciò che accadrà. Lo studio non assegna a questo evento una data né stabilisce che abbia una probabilità concreta di verificarsi in un determinato periodo.
Le altezze delle onde e i tempi di arrivo dipenderebbero inoltre dalle caratteristiche effettive dell’eventuale frana e dalla morfologia dei fondali e delle coste interessate.
Quali sono le incognite sulla pericolosità del vulcano
Nonostante i progressi della ricerca, rimangono diverse questioni da chiarire. Per valutare in modo più preciso il rischio associato al Marsili occorre conoscere meglio la stabilità dei suoi versanti, i volumi di materiale potenzialmente coinvolti in un cedimento e la dinamica con cui un’eventuale frana potrebbe svilupparsi.
Sono necessari ulteriori dati geofisici, campionamenti e osservazioni dell’attività vulcanica e idrotermale. Queste informazioni aiuterebbero a comprendere meglio i processi in corso e a migliorare le simulazioni dei possibili scenari.
È importante, inoltre, distinguere tra pericolosità e previsione. La possibilità fisica che un fenomeno generi uno tsunami non significa che sia possibile prevedere quando accadrà, né che vi siano segnali di un evento imminente.
Le ricerche scientifiche servono proprio a identificare i meccanismi potenzialmente pericolosi, stimarne gli effetti e ridurre le incertezze attraverso nuove osservazioni.
Marsili, nessun allarme imminente: la ricerca continua
Il Marsili rimane una struttura vulcanica complessa, il cui comportamento deve essere studiato attraverso un monitoraggio e un approfondimento scientifico costanti.
Le ricerche sui depositi sedimentari del Tirreno e le simulazioni dei possibili collassi forniscono informazioni preziose sui processi che possono interessare i fondali marini. Non costituiscono, però, la prova che il vulcano stia per provocare uno tsunami.
Il punto centrale è comprendere quali condizioni potrebbero rendere instabili i versanti e quali conseguenze avrebbe un eventuale cedimento di grandi dimensioni. Sono domande ancora aperte, alle quali gli studi cercano di dare risposte sempre più precise.
Per le coste di Calabria e Sicilia, così come per le isole Eolie, conoscere questi scenari è importante ai fini della valutazione della pericolosità e della pianificazione della sicurezza.
Il rischio potenziale esiste, ma non va confuso con un pericolo imminente: allo stato delle informazioni riportate, non ci sono elementi per affermare che sia in arrivo uno tsunami generato dal Marsili. La priorità resta migliorare le conoscenze scientifiche e distinguere gli scenari estremi simulati dalle condizioni effettivamente osservate.
Fonti: INGV, gli studi sul Marsili e le incertezze sulla pericolosità; Sawyer, Urgeles e Lo Iacono, studio del 2023 su Geology; Higgins, Sawyer e Urgeles, ricerca del 2025 su Basin Research; Gallotti e colleghi, simulazioni dei collassi e degli tsunami.







