Garlasco, il Dna di Chiara sulla bici passa da “evaporato” a “perfetto” in tre ore: cosa stanno verificando i pm

Il 19 settembre 2007, un campione prelevato dalla bicicletta di Alberto Stasi avrebbe restituito prima un profilo genetico parziale e poi un risultato attribuito a Chiara Poggi. Al vaglio della Procura di Pavia anche due successive analisi negative e la gestione dei reperti in laboratorio. L’ipotesi di uno scambio tra campioni resta da verificare.

Il caso Garlasco torna a concentrarsi su uno degli elementi scientifici più delicati delle indagini sull’omicidio di Chiara Poggi: il Dna rilevato sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. A distanza di quasi vent’anni dal delitto del 13 agosto 2007, alcuni passaggi delle analisi genetiche eseguite nel settembre dello stesso anno sono nuovamente al centro degli approfondimenti della Procura di Pavia.

L’attenzione degli inquirenti si concentra soprattutto sulla giornata del 19 settembre 2007, quando, nel giro di circa tre ore, uno stesso campione avrebbe restituito risultati differenti: prima un profilo parziale, non sufficiente per un’attribuzione certa, e successivamente un profilo considerato compatibile con il Dna della vittima.

È proprio questa sequenza temporale a sollevare interrogativi sulle procedure di laboratorio, sulla gestione dei reperti e sulla comunicazione dei risultati agli investigatori.

Tra le ipotesi prese in considerazione dagli inquirenti figura anche un possibile scambio tra il campione prelevato dai pedali e quello ottenuto da un cucchiaino utilizzato per ricavare il profilo genetico di Chiara Poggi. Si tratta, tuttavia, di un’ipotesi investigativa che dovrà essere verificata attraverso l’esame degli atti e delle procedure tecniche dell’epoca.

Il primo risultato alle 15.34: un profilo genetico parziale

Secondo quanto emerge dai verbali richiamati nell’ambito delle nuove verifiche, alle 15.34 del 19 settembre 2007 il campione identificato con la sigla «bu_p» avrebbe prodotto un tracciato genetico parziale.

Il risultato non sarebbe stato sufficiente per attribuire con certezza il profilo a una persona. Nei commenti associati al file sarebbe comparso anche il termine «evaporato», espressione che è ora oggetto di attenzione nella ricostruzione delle operazioni compiute in laboratorio.

A occuparsi degli accertamenti biologici era l’allora capitano del Ris di Parma Alberto Marino, successivamente sentito dai magistrati.

Nel corso dell’interrogatorio, Marino avrebbe spiegato che il primo risultato necessitava di ulteriori approfondimenti, attraverso una nuova amplificazione del materiale genetico. Una procedura che, in linea generale, può essere utilizzata per cercare di ottenere un profilo più leggibile quando la quantità o la qualità del Dna disponibile non consentono un risultato soddisfacente.

Il punto da chiarire è che cosa sia accaduto concretamente tra la prima analisi e quella successiva e quali materiali siano stati utilizzati nelle diverse fasi.

Tre ore dopo arriva il profilo attribuito a Chiara Poggi

La seconda fase degli accertamenti risalirebbe alle 18.37 dello stesso giorno. Dopo una nuova lavorazione, il campione avrebbe restituito un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi, descritto negli atti successivi come particolarmente nitido.

Quel risultato avrebbe assunto un ruolo importante nella ricostruzione investigativa e nella fase che portò al fermo di Alberto Stasi.

A richiamare l’attenzione degli inquirenti è anche la circostanza che il secondo caricamento del risultato non risulterebbe effettuato direttamente da Marino, ma da un altro operatore, identificato nei file con la sigla «Port».

Interrogato su questo passaggio, Marino avrebbe dichiarato di presumere che la nuova amplificazione fosse stata eseguita da lui e che il caricamento potesse essere stato effettuato dall’ex componente del Ris Portera.

L’ufficiale avrebbe però precisato di non ricordare con esattezza tutte le operazioni svolte, risalenti a quasi vent’anni prima.

La ricostruzione richiede quindi di verificare i dati informatici, la documentazione tecnica e la successione delle attività svolte dai diversi operatori. Il fatto che un risultato sia stato caricato da una persona diversa da quella che ha eseguito una precedente operazione, da solo, non dimostra un errore o uno scambio di campioni.

L’ipotesi dello scambio con il Dna del cucchiaino

Uno dei punti più delicati dell’inchiesta riguarda la possibile relazione tra il campione dei pedali della bicicletta e quello ottenuto da un cucchiaino recuperato nella villetta di via Pascoli.

Secondo la ricostruzione degli interrogatori, gli investigatori stanno confrontando alcuni dati quantitativi associati ai due campioni per verificare se esistano elementi compatibili con un eventuale scambio durante le operazioni di laboratorio.

Nel corso dell’audizione, lo stesso Marino avrebbe sollevato la questione della possibile presenza, in quella giornata, di altri campioni riferibili alla vittima. I magistrati avrebbero quindi richiamato l’attenzione sul materiale genetico ricavato dal cucchiaino.

L’ipotesi è delicata perché riguarda un elemento che ha avuto un peso nella ricostruzione delle indagini. Occorre però distinguere tra una possibilità sottoposta a verifica e un fatto dimostrato.

Al momento, sulla base degli elementi riportati, non è possibile affermare che lo scambio sia effettivamente avvenuto, né che il profilo attribuito a Chiara Poggi sia necessariamente il risultato di un errore. Saranno gli approfondimenti tecnici a dover stabilire se le differenze riscontrate abbiano una spiegazione compatibile con le procedure adottate nel 2007.

Perché fu utilizzato il cucchiaino se esisteva già un campione di sangue?

Un altro interrogativo riguarda la scelta del materiale utilizzato come riferimento per ricostruire il profilo genetico della vittima.

Durante l’interrogatorio, il pm aggiunto Stefano Civardi avrebbe richiamato l’attenzione sulla disponibilità di un campione di sangue di Chiara Poggi, prelevato durante l’autopsia.

Dagli atti risulterebbe infatti che già il 4 settembre 2007 era stato acquisito un profilo genetico a partire dal materiale biologico raccolto sul corpo della giovane.

La domanda posta dagli inquirenti riguarda quindi la necessità di ricorrere anche al cucchiaino, un oggetto che, almeno in linea teorica, avrebbe potuto essere utilizzato da più persone.

Per chiarire il punto sarà necessario ricostruire quali campioni fossero effettivamente disponibili in ciascuna fase degli accertamenti, quando fossero stati resi utilizzabili e quale funzione avessero nelle diverse analisi.

La presenza di un campione biologico già acquisito non dimostra automaticamente che fosse immediatamente disponibile per ogni successiva operazione. Allo stesso tempo, la documentazione può aiutare a verificare se la scelta del reperto alternativo fosse motivata e coerente con le procedure seguite.

Il 20 settembre due analisi avrebbero dato esito negativo

Tra gli elementi esaminati dalla Procura di Pavia figurano anche due successive analisi effettuate il 20 settembre 2007, il giorno dopo il risultato positivo attribuito a Chiara Poggi.

Secondo quanto riportato nella ricostruzione degli atti, entrambe le corse elettroforetiche avrebbero dato esito negativo, senza produrre un risultato utile.

La circostanza pone ulteriori domande sulla sequenza degli accertamenti: come vennero interpretati i risultati successivi? Furono considerati compatibili con il primo profilo oppure richiedevano ulteriori verifiche? E quale peso venne attribuito a queste analisi nella ricostruzione complessiva?

Un altro aspetto da chiarire riguarda la documentazione: le due verifiche, secondo quanto riferito, non sarebbero state inserite negli atti messi a disposizione delle parti.

Per stabilire la rilevanza di questa circostanza occorre verificare il contenuto integrale del fascicolo, la natura tecnica delle analisi e le ragioni per cui quei risultati non sarebbero stati inclusi nella documentazione consultabile.

Un risultato negativo, inoltre, non equivale necessariamente alla dimostrazione che un precedente risultato positivo fosse errato. La sua interpretazione dipende dalle caratteristiche del campione, dalle condizioni dell’analisi e dai parametri tecnici utilizzati.

Quando venne comunicato il risultato alla Procura?

L’ultimo nodo riguarda la catena delle comunicazioni tra il laboratorio e la magistratura.

Nel corso dell’interrogatorio, Marino avrebbe fatto riferimento a una relazione trasmessa alla pubblico ministero dell’epoca, Rosa Muscio. Il pm aggiunto Civardi avrebbe però osservato che il documento richiamato risaliva al 24 settembre, cinque giorni dopo il risultato positivo del 19 settembre.

Nel frattempo Alberto Stasi era stato fermato.

Marino avrebbe dichiarato di ritenere di aver comunicato il risultato positivo a Luciano Garofano, all’epoca comandante del Ris di Parma, senza però ricordare con precisione tutti i passaggi successivi.

La Procura sta quindi cercando di ricostruire quando il profilo genetico venne considerato attendibile, chi ne fu informato e quale valutazione venne data alle analisi effettuate il giorno seguente.

Si tratta di aspetti distinti ma collegati: la validità tecnica di un risultato, la sua interpretazione investigativa e la tempestività con cui viene comunicato agli organi competenti richiedono verifiche specifiche.

Garlasco, le nuove verifiche sulle prove scientifiche del 2007

La ricostruzione delle analisi sui pedali della bicicletta si inserisce nel più ampio lavoro di approfondimento della Procura di Pavia sulle prime indagini relative all’omicidio di Chiara Poggi.

L’obiettivo è verificare se le anomalie apparenti possano essere spiegate dalle procedure tecniche adottate all’epoca oppure se siano emersi errori nella gestione dei campioni, nell’elaborazione dei risultati o nella trasmissione delle informazioni.

La sequenza del 19 settembre, le due analisi successive e il possibile collegamento con il campione del cucchiaino costituiscono altrettanti punti da ricostruire attraverso la documentazione originale.

È fondamentale, tuttavia, non anticipare conclusioni che gli accertamenti devono ancora stabilire. Le questioni sollevate non dimostrano da sole uno scambio di campioni, né consentono automaticamente di mettere in discussione l’intero quadro probatorio del processo.

Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi. Gli approfondimenti sulle procedure investigative del 2007 devono quindi essere valutati sulla base delle prove disponibili, delle verifiche tecniche e delle eventuali conclusioni degli inquirenti.

A quasi vent’anni dal delitto, il nodo resta quello della ricostruzione precisa di quanto avvenuto in laboratorio: capire come si sia passati da un profilo parziale a uno attribuito alla vittima, quale ruolo abbiano avuto i diversi campioni e perché le analisi successive abbiano prodotto risultati differenti. Soltanto risposte documentate potranno chiarire la reale portata di questi interrogativi.