Garlasco, Bruzzone: “Togliere Stasi dalla scena del crimine? Quasi impossibile”
A distanza di quasi vent’anni dal delitto di Chiara Poggi, la criminologa Roberta Bruzzone non ha dubbi: la condanna definitiva di Alberto Stasi resta solida e le nuove indagini sul caso, che coinvolgono Andrea Sempio e rimettono in gioco lo stesso Stasi, sono “un’operazione poco chiara” e rischiano di destabilizzare la verità giudiziaria. In un’intervista a La Nazione, Bruzzone esprime forte scetticismo sulle nuove piste investigative, sottolineando come gli elementi su cui si basa la riapertura del caso siano deboli e dispersivi.
Il focus sul materiale p*grafico e il “cortocircuito emotivo”**
Bruzzone torna a focalizzarsi su un elemento spesso trascurato, ma a suo dire cruciale: la scoperta, da parte di Chiara Poggi, del materiale p***grafico “estremo e compulsivo” presente sul computer di Stasi. “Quello sconvolgimento – spiega la criminologa – avrebbe fatto saltare il piano di passare la giornata insieme. A quel punto si apre una zona d’ombra mai chiarita dalla difesa. Un cortocircuito relazionale ed emotivo che potrebbe aver innescato la tragedia”. Per Bruzzone, questo aspetto rappresenta il vero punto chiave della vicenda, un elemento che spiegherebbe il movente e che rende superflua la ricerca di nuovi colpevoli.
DNA, intercettazioni e l’ombra del dubbio
La nuova inchiesta della Procura di Pavia si concentra su nuove analisi del DNA ritrovato sotto le unghie della vittima e su presunte nuove intercettazioni. Bruzzone, tuttavia, è scettica. “I reperti biologici sono confusi e deteriorati. Per anni sono stati ritenuti inutilizzabili, ora si tenta di rileggerli. Ma serve una svolta clamorosa, non un collage forzato di vecchie ipotesi”. Anche le intercettazioni non sembrano promettere sviluppi significativi: “Dovrebbe emergere qualcosa di epocale per cambiare davvero le carte in tavola. Per ora non vedo nulla del genere. Anzi, tutto appare ancora più nebuloso”.
“Un’inchiesta montata come panna” e la “strategia del terrore”
Bruzzone non nasconde la sua preoccupazione per la direzione che sta prendendo l’indagine. “L’ipotesi indagativa si allarga invece di restringersi, e questo è già un segno di debolezza. È un’inchiesta che sembra montata come panna: affollata, incerta, dispersiva. Dove si vuole arrivare?”. La criminologa arriva a parlare apertamente di una “strategia del terrore”: “Si crea panico per vedere se qualcuno inciampa. Ma così si fa solo rumore. E nel frattempo, si mette in discussione una verità giudiziaria solida, fondata su perizie, riscontri e sentenze”.
L’arma ritrovata e il quesito inquietante
L’eventuale arma del delitto, recuperata di recente in un canale a Tromello, è per Bruzzone “una pista debolissima”: “Sono passati quasi vent’anni. Dragare le acque oggi significa trovare oggetti senza alcun valore probatorio. Se ogni bastone metallico o ferro da camino fosse un’arma, avremmo decine di colpevoli potenziali”. Infine, Bruzzone si interroga sul perché di questa riapertura del caso: “Questa è la vera domanda inquietante. La professionalità dei magistrati non è in discussione, ma è difficile accettare un’indagine che sembra più voler destabilizzare che cercare la verità”. Martedì 20 maggio saranno ascoltati Sempio, Stasi e Marco Poggi, fratello della vittima. Ma per Bruzzone, la sensazione è che si stia assistendo a un tentativo di riscrivere una storia già giudiziariamente conclusa.
