“Ve li pagate voi!”. Flotilla, polemica furiosa tra attivisti e governo: cosa succede
Ore di paura, violenze e tensione vissute lontano da casa, con la sensazione costante che tutto potesse precipitare da un momento all’altro. È il racconto drammatico degli attivisti e dei giornalisti italiani rientrati dopo il blocco della Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria diretta verso Gaza fermata dalle forze israeliane. Testimonianze pesanti, che parlano di pestaggi, intimidazioni e trattamenti degradanti subiti durante la detenzione e che stanno alimentando nuove polemiche politiche e diplomatiche.
Tra i primi a fare ritorno in Italia ci sono il deputato Dario Carotenuto e il giornalista Alessandro Mantovani, arrivati a Roma profondamente provati dall’esperienza vissuta dopo l’abbordaggio della nave umanitaria. Gli altri italiani fermati durante l’operazione hanno lasciato Israele soltanto nelle ore successive, dopo il trasferimento nel carcere di Ketziot e il successivo spostamento verso l’aeroporto di Eilat per l’espulsione.
Secondo quanto riferito dagli attivisti, la Turchia avrebbe organizzato tre voli charter diretti a Istanbul, lasciando però ai volontari il compito di organizzare autonomamente il rientro nei rispettivi Paesi. Una situazione che ha innescato nuove tensioni sul piano diplomatico. “Come in passato, non hanno potuto contare sul supporto della Farnesina”, ha denunciato la portavoce Maria Elena Delia, spiegando che le spese sarebbero state sostenute dagli stessi organizzatori della missione. Dichiarazioni a cui ha replicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, sostenendo che il nodo principale non riguardasse i biglietti aerei, ma il trattamento subito dagli attivisti durante il fermo.
“Calci, pugni e taser contro persone inermi”
Le testimonianze dei primi italiani rientrati parlano di ore segnate da violenze fisiche e intimidazioni. “Abbiamo preso botte, ma altri sono stati massacrati”, raccontano Carotenuto e Mantovani, ancora con gli stessi abiti indossati durante l’abbordaggio della nave.
Secondo il loro racconto, diversi attivisti sarebbero stati colpiti con calci e pugni, mentre altri avrebbero subito scariche di taser pur essendo immobilizzati. Carotenuto descrive il trasferimento nel porto di Ashdod come uno dei momenti più traumatici dell’intera esperienza.
“Ti fanno entrare in una sorta di container, una panic room, dove tre uomini ti picchiano mentre ti dicono: ‘Benvenuti in Israele’”, ha raccontato il deputato, spiegando di aver ricevuto un pugno all’occhio e di aver temuto per alcuni istanti di perdere la vista.
Le accuse di torture e abusi
Tra gli aspetti più gravi emersi dai racconti dei volontari ci sono le accuse di torture e abusi. Gli attivisti riferiscono di essere stati immobilizzati con fascette di plastica ai polsi e bendati per ore, senza sapere cosa stesse accadendo nelle stanze vicine, mentre sentivano urla e rumori di percosse.
Secondo le testimonianze raccolte, alcune persone sarebbero state trasferite in ospedale con ferite da arma da fuoco, mentre altri avrebbero riportato fratture alle braccia, alle costole e traumi cranici. Carotenuto ha ricordato in particolare il caso di un giovane tedesco colpito ripetutamente con la canna di un fucile, tanto da riportare segni evidenti sulla schiena.
Nel racconto emergono anche accuse di abusi sessuali ai danni di uomini e donne detenuti dopo il raid. “Più di una donna denunciava violenze”, riferiscono gli attivisti, parlando inoltre di anziani sottoposti a trattamenti definiti “disumani”.
A prestare assistenza ai feriti, spiegano i volontari, sarebbe stato soprattutto il personale medico presente sulla nave umanitaria. Tra loro anche Margaret Connolly.
“Pensavo di non rivedere mio figlio”
Tra i momenti più drammatici ricordati da Carotenuto c’è quello in cui i detenuti venivano chiamati per numero e costretti ad avanzare con le mani alzate. Il deputato racconta di aver temuto seriamente per la propria vita.
“Quando hanno chiamato il mio numero e mi hanno ordinato di mettermi di spalle, ho pensato che fosse finita”, ha spiegato. “Sono stati i venti secondi più lunghi della mia vita.”
Nonostante quanto accaduto, Carotenuto ha dichiarato di non essersi pentito della scelta di partecipare alla missione umanitaria diretta verso Gaza. “Questi ragazzi seminano pace in un mondo di guerra”, ha concluso il deputato, ancora profondamente scosso dall’esperienza vissuta.