Si allarga lo scandalo dell’ormai ex gigante tedesco dei pagamenti online Wirecard, caduto sotto i colpi delle rivelazioni sul buco di bilancio passato stranamente inosservato alle autorità preposte al controllo. La società nata a Aschheim, vicino a Monaco di Baviera, si era guadagnata la fiducia dei mercati e dei consumatori ponendosi come alternativa europea del settore fintech alle americane PayPal e Western Union. Ma il 25 giugno Wirecard è fallita dopo la scoperta di un ammanco di bilancio da quasi 2 miliardi di euro. Sui giornali finanziari i primi pezzi che mettevano in dubbio l’ascesa della società tedesca risalgono al 2008. È ora accertato che l’Autorità federale per la vigilanza finanziaria (Bafin) si è resa responsabile di “una serie di carenze, inefficienze e ostacoli, sia giuridici sia procedurali” nei controlli su Wirecard.

ll rapporto

L’accusa ai controllori tedeschi arriva dal rapporto sul caso Wirecard, pubblicato questa settimana dall’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma). “Il caso Wirecard – dichiara il presidente dell’Esma, Steven Maijoor – ha evidenziato ancora una volta che la rendicontazione finanziaria di alta qualità è essenziale per mantenere la fiducia degli investitori nei mercati dei capitali ed è necessaria un’applicazione coerente ed efficace di tale rendicontazione in tutta l’Unione europea”. Il rapporto, prosegue Maijoor, “identifica le carenze nella supervisione e nell’applicazione dei rapporti finanziari di Wirecard”. E le circostanze evidenziate dall’autorità Ue “possono contribuire alla revisione del regime tedesco per la supervisione e l’applicazione”.

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Le accuse alle autorità tedesche

L’Esma contesta all’autorità tedesca Bafin “una mancanza di informazioni sulle partecipazioni dei suoi dipendenti”. Ciò “solleva dubbi sulla solidità del sistema di controllo interno di Bafin per quanto riguarda i conflitti di interesse dei suoi dipendenti” nei confronti delle imprese che dovrebbe controllare. “Un rischio maggiore di influenza” arriva “da parte del ministero delle Finanze” data “la frequenza e il dettaglio delle segnalazioni da parte di Bafin, a volte prima che fossero intraprese azioni”. Gli esperti Ue puntano il dito anche contro le azioni di monitoraggio del mercato sia da parte dell’Autorità federale per la vigilanza finanziaria (Bafin) che da parte del Gruppo di applicazione dei rapporti finanziari (meglio noto con l’acronimo inglese Frep). Le procedure d’esame di Frepm in particolare, “non hanno affrontato adeguatamente le aree rilevanti per l’attività di Wirecard”, né su quanto già rivelato dai media e né sulle accuse alla società mosse da altri attori. “Le analisi svolte e la loro documentazione sono risultate insufficienti”, si legge nel documento.

Verso un processo

Sul fallimento di Wirecard, la procura di Monaco di Baviera ha avviato un’inchiesta per falso in bilancio, frode, manipolazione del mercato e riciclaggio di denaro. A quanto si apprende dalle prime indagini le irregolarità sarebbero iniziate nel 2015 e i danni per le banche e gli investitori ammonterebbero a 3,2 miliardi di euro.

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