Quell’Emilia Romagna nascosta che non abbocca alle sardine

 

La gustosa pasta con le sarde ha una variante. In Sicilia la chiamano, con divertita filosofia, «pasta con le sarde rimaste a mare».

Variante che sfrutta spezie ed erbe aromatiche (come il finocchietto) per insaporire un piatto rimasto povero. E il dibattito politico in Emilia Romagna sta facendo proprio questo, ovvero sta verificando tutte le alternative possibili: con o senza il popolo delle sardine.

L’Emilia Romagna non è fatta soltanto di piazze che si riempiono all’orlo per urlare la lontananza dal «sovranismo» di stampo salviniano. I sondaggi, infatti, raccontano di un’altra Emilia. Lontano dai riflettori il popolo emiliano è disposto a cambiare. Non lo dicono soltanto gli ultimi sondaggi che danno il centrodestra comunque in vantaggio. Lo dice anche il consistente numero di capoluoghi attualmente amministrati dal centrodestra. Tre su nove, uno in meno del centrosinistra. Con il caso Parma (giunta guidata dal transfuga Federico Pizzarotti, prima vittima dell’ortodossia grillina) a fare da spartiacque.

Ferrara, ad esempio, una delle ultime «piazze» dove si è ritrovato il popolo delle sardine, è guidata da giugno dal leghista Alan Fabbri. Un fatto, la sua elezione, accolto come una notizia esplosiva: visto che per la città emiliana era la prima volta di una giunta di centrodestra. La sorte di Ferrara è comune poi a Forlì e Piacenza, entrambe guidate da due indipendenti di centrodestra (Gian Luca Zanattini e Patrizia Barbieri). Dagli osservatori di cose politiche, poi, arrivano conferme su un’intuizione: il popolo delle sardine sarà pure apolitico ma nasce comunque nell’alveo del bacino elettorale del centrosinistra. E questa intuizione è ora suffragata anche dai numeri, stando infatti all’ultima ricerca svolta dall’istituto Noto per Quotidiano nazionale del 6 dicembre. Agli intervistati non solo veniva chiesta l’intenzione di voto ma anche di capire se il popolo delle sardine come «soggetto politico» potesse cambiare la stessa intenzione di voto. E così si scopre che la Lega resta al 33 per cento sia con le sardine in campo che con le sardine fuori dalla competizione elettorale. Non variano nemmeno i risultati degli altri due partiti che compongono il centrodestra: Fratelli d’Italia resta al 9,5 per cento e Forza Italia al 6, con l’appendice della formazione di Giovanni Toti all’1,7%. Altro discorso se si guarda il centrosinistra. La discesa in campo delle sardine ruberebbe parecchi voti. Il Pd scenderebbe dal 18 al 13%. Il Movimento 5 Stelle passerebbe dal 17 al 13 per cento. Anche il partito di Renzi perderebbe qualcosa, passando dal 5 al 4%. E come soggetto politico le sardine arriverebbero al 12 per cento.

Gli ultimi sondaggi, d’altronde, raccontano di un progressivo mutamento nell’orientamento politico che va in direzione affatto diversa rispetto a quanto rivendicato dal popolo delle sardine. Già a maggio scorso, con il voto per le Europee, il centrodestra in Emilia Romagna aveva preso quasi un milione di voti superando il 44% dei voti. La Lega aveva preso 50mila voti in più rispetto al partito di Stefano Bonaccini. (33,7% contro il 31,2)

E se gli ultimi sondaggi di Tecné, Piepoli e dello stesso Noto danno i due candidati a governatore in sostanziale parità, è naturale che Bonaccini chieda agli elettori della Lega, come ha fatto l’altro giorno da una gremita piazza Maggiore, un voto disgiunto. Facendone ormai una questione tra lui e l’avversaria, la leghista Lucia Borgonzoni, piuttosto che una questione partitica.

 

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