“Prendo troppo poco!”. Bassetti e lo stipendio, lo sfogo diventa virale: le sue parole

Anni di università, specializzazione e formazione continua. Poi turni notturni, weekend, giorni festivi e responsabilità che possono incidere direttamente sulla salute dei pazienti. È partendo da questo percorso che Matteo Bassetti torna a parlare delle condizioni economiche dei medici italiani e della necessità, a suo giudizio, di rivedere il sistema delle retribuzioni nel Servizio sanitario nazionale.

In un video pubblicato sui social, l’infettivologo genovese ha affrontato il tema degli stipendi dei medici dipendenti pubblici, mettendo a confronto le retribuzioni italiane con quelle di alcuni Paesi stranieri. Al centro del suo intervento c’è soprattutto la richiesta di una maggiore differenziazione degli stipendi in base alla specializzazione, alla responsabilità, ai turni e alla difficoltà nel reperire professionisti in determinate strutture.

«Tremila euro netti al mese»

Bassetti parte da una cifra che, nel suo intervento, definisce «il numero magico»: tremila euro netti al mese.

«Questo è lo stipendio di un medico italiano dopo un percorso formativo di sei anni di medicina, quattro o cinque anni di specializzazione e anni di formazione», sostiene l’infettivologo.

Il ragionamento prende in considerazione il lungo percorso necessario per arrivare alla professione medica, al quale si aggiungono gli anni della specializzazione e una carriera spesso caratterizzata da turni particolarmente impegnativi.

Secondo Bassetti, però, il problema non riguarda soltanto l’ammontare della retribuzione, ma anche il modo in cui questa viene differenziata tra le diverse specializzazioni.

«Un medico italiano che lavora nel pubblico guadagna questa cifra per il giorno, per le notti, per i sabati e le domeniche. Ed è la stessa cifra sia se fai l’infettivologo come me, sia se lavori al pronto soccorso, se fai il chirurgo, il cardiochirurgo o il neurochirurgo», afferma.

Il peso delle responsabilità

È proprio sulla diversa complessità delle specializzazioni che si concentra una parte importante dell’intervento.

Bassetti sottolinea come alcune attività comportino responsabilità e condizioni di lavoro particolarmente impegnative. «Stiamo parlando di specialità di altissima responsabilità», osserva.

Il tema, quindi, non sarebbe soltanto quello dello stipendio medio dei medici, ma anche della capacità del sistema di riconoscere economicamente percorsi professionali differenti.

La struttura retributiva della dirigenza medica prevede infatti una base contrattuale comune, sulla quale incidono diversi fattori, tra cui anzianità, incarichi, turni e attività aggiuntive. Per Bassetti, tuttavia, questo meccanismo non sarebbe sufficiente a valorizzare le differenze tra le varie specializzazioni.

«Il punto non è dire che un internista, un cardiochirurgo e un neurochirurgo facciano lo stesso lavoro. Non lo fanno», sostiene.

Il costo delle assicurazioni

Nel suo intervento Bassetti richiama anche un altro aspetto legato al costo della professione: le assicurazioni.

Secondo il medico, per alcune specializzazioni caratterizzate da una maggiore esposizione al rischio professionale, la copertura assicurativa privata può arrivare a costare «anche ventimila euro all’anno».

Una spesa che, nel ragionamento dell’infettivologo, deve essere considerata quando si valuta il reddito effettivamente disponibile per un professionista.

Il tema viene così collegato non soltanto alla busta paga, ma anche alle spese e alle responsabilità che possono accompagnare determinate attività mediche.

Il confronto con Francia, Germania, Svizzera e Stati Uniti

Bassetti allarga quindi il confronto alle retribuzioni dei medici in altri Paesi.

«Francia, 4.500 euro netti al mese. Germania, seimila euro netti al mese. In Svizzera e Stati Uniti siamo a oltre 15mila euro netti al mese», afferma.

Le cifre vengono utilizzate dal medico per evidenziare quello che considera un divario rispetto alle opportunità offerte da altri sistemi sanitari.

Secondo Bassetti, questo fattore può contribuire alla scelta di alcuni professionisti italiani di trasferirsi all’estero, alimentando il problema della capacità del sistema sanitario nazionale di trattenere personale altamente qualificato.

I confronti internazionali sulle retribuzioni, tuttavia, vanno letti considerando anche differenze fiscali, costo della vita, orari di lavoro, sistemi sanitari e modalità di remunerazione, che possono rendere non perfettamente comparabili le cifre nominali tra Paesi diversi.

«Bisogna differenziare gli stipendi»

Da qui arriva la proposta centrale di Bassetti: modificare il modello retributivo introducendo differenze maggiori tra i diversi incarichi.

«Dobbiamo necessariamente trovare il modo di differenziare gli stipendi», afferma.

Il riferimento è soprattutto alle realtà nelle quali risulta più difficile trovare professionisti. «Ci sono posti in cui nessuno vuole andare a lavorare, come il pronto soccorso o alcune zone disagiate: bisognerà pagarli di più», sostiene.

L’idea è quindi quella di utilizzare anche la leva economica per rendere più attrattivi gli incarichi caratterizzati da condizioni di lavoro particolarmente impegnative o da una cronica difficoltà nel reperimento del personale.

La sfida per la sanità pubblica

Il ragionamento di Bassetti si conclude con una critica al sistema attuale e con la richiesta di un cambiamento.

«Non è possibile che abbiamo uno stipendio unico per tutti. Dobbiamo cambiare se vogliamo salvare questo sistema sanitario nazionale», afferma.

La questione sollevata dall’infettivologo si inserisce nel più ampio dibattito sul futuro della sanità pubblica italiana: da una parte la necessità di garantire personale qualificato nelle strutture e nelle specializzazioni più difficili da coprire, dall’altra quella di individuare criteri di remunerazione capaci di tenere conto di formazione, responsabilità, turni e condizioni di lavoro.

Per Bassetti, una maggiore differenziazione degli stipendi potrebbe rappresentare uno degli strumenti per affrontare queste difficoltà e rendere più attrattive alcune aree del Servizio sanitario nazionale.