“Nel sacco nero col suo corpo…”. Liliana Resinovich, il colpo di scena dopo anni di indagini
Si riaccendono le speranze e le polemiche nel caso della tragica scomparsa e successiva morte di Liliana Resinovich, trovata senza vita nei pressi dell’ex ospedale psichiatrico della città. Dopo mesi di indagini e di attese, arriva una novità che potrebbe rivoluzionare le ipotesi finora avanzate: l’analisi del sacco nero in cui è stato avvolto il corpo della donna.
C’era grande attesa per capire cosa ci fosse realmente sopra e all’interno di quel sacco, considerato un elemento chiave per chiarire le circostanze della morte. Le prime ipotesi avevano puntato sulla presenza di un’impronta di un guanto, che avrebbe potuto indicare la presenza di un operatore o di qualcuno che aveva manipolato il corpo. Tuttavia, le analisi recenti hanno smentito questa ipotesi, rivelando che la traccia non appartiene a un guanto, bensì ai jeans di Liliana Resinovich.
La scoperta, riportata dal quotidiano Il Piccolo, ha suscitato sorpresa e ha fatto saltare ogni previsione. Gli esperti hanno concluso che la traccia sulla superficie del sacco nero ha una trama regolare, compatibile con quella dei jeans della vittima, e non con quella di un eventuale operatore o di un’altra persona. Questo risultato esclude quindi la presenza di un’impronta di un guanto, elemento che avrebbe potuto fornire indizi fondamentali sulla dinamica del ritrovamento e sulla possibile presenza di terze persone.
Il caso, che vede anche il marito di Liliana, Sebastiano Visintin, indagato per la morte della donna, si arricchisce di nuovi dettagli. Le analisi condotte in laboratorio hanno chiarito che la traccia non è riconducibile a un intervento esterno, lasciando aperti molti interrogativi sulla reale dinamica dei fatti.
Nessun elemento significativo è arrivato nemmeno dall’analisi della GoPro di Visintin. Gli avvocati dell’uomo hanno espresso preoccupazione riguardo alla direzione delle indagini, sostenendo che sembrerebbe che le indagini siano orientate contro il loro assistito e non alla ricerca della verità. “Se non emergono elementi sufficienti per sostenere un giudizio, la Procura potrebbe chiedere l’archiviazione, ma sotto il profilo storico il nostro assistito resterà indagato. Paradossalmente, sarebbe meglio andare a giudizio e uscirne assolti”, hanno dichiarato.



