Modena, Salim El Koudri: la famiglia rompe il silenzio, italiani senza parole

Ci sono tragedie che lasciano dietro di sé non soltanto ferite fisiche, ma anche domande difficili da affrontare. È quello che sta accadendo a Modena dopo il drammatico episodio che ha visto protagonista Salim El Koudri, il 31enne accusato di aver ferito otto persone nel centro cittadino. Mentre le vittime continuano il loro percorso di cura e gli investigatori cercano di ricostruire ogni dettaglio della vicenda, emergono ora le parole della famiglia dell’uomo, travolta da un dolore che si intreccia allo sgomento.
Attraverso il legale Fausto Giannelli, i familiari hanno deciso di rompere il silenzio. Un racconto che colpisce soprattutto per un aspetto: la prima preoccupazione dei genitori e della sorella non sarebbe stata rivolta al figlio detenuto, ma alle condizioni delle persone ferite.

“Ci hanno chiesto soprattutto dei feriti”
Secondo quanto riferito dall’avvocato, la famiglia sarebbe «pienamente lucida» e «consapevole della gravità del gesto». Padre, madre e sorella avrebbero chiesto immediatamente informazioni sulle vittime ricoverate negli ospedali, in particolare sulla donna che ha riportato le conseguenze più gravi e irreversibili.
«Mi hanno chiesto più dei feriti che del figlio», ha raccontato Giannelli, spiegando come i familiari siano profondamente sconvolti da quanto accaduto. Un dolore doppio: da una parte quello per il destino del proprio caro, dall’altra il peso delle sofferenze provocate a persone innocenti.
Secondo il legale, la famiglia starebbe vivendo ore drammatiche, chiusa in un silenzio fatto di shock, senso di impotenza e preghiere rivolte soprattutto a chi sta lottando in ospedale.
Il gesto di Luca Signorelli e le parole di Mattarella
Nel frattempo proseguono le indagini per chiarire cosa abbia portato a quei momenti di violenza nel centro di Modena. Tra i nomi diventati simbolo di quella giornata c’è quello di Luca Signorelli, intervenuto per fermare El Koudri durante l’aggressione.
Signorelli ha raccontato di aver ricevuto parole di riconoscimento dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Mi ha detto che ho fatto un gesto eroico». Un riconoscimento che testimonia la tensione e la gravità di quei momenti vissuti nel cuore della città.

La vita della famiglia a Ravarino
La famiglia di El Koudri vive a Ravarino, piccolo comune della provincia modenese dove il 31enne abitava con i genitori. La famiglia si era trasferita in Emilia dalla Bergamasca nel 2000, conducendo una vita descritta dai vicini come normale e riservata. Il padre lavora in un’azienda di Nonantola, mentre la sorella vive ormai in un’altra provincia.
Dopo la tragedia, però, qualcosa sembra essersi spezzato. Secondo alcune testimonianze raccolte in paese, i genitori avrebbero lasciato temporaneamente l’abitazione a bordo di un furgone, cercando di sottrarsi all’attenzione pubblica e alle domande che inevitabilmente attraversano una piccola comunità.
L’unico desiderio dei familiari, riferisce il legale, sarebbe ora quello di poter incontrare Salim in carcere non appena sarà possibile.
I segnali del disagio e il percorso interrotto
Uno degli aspetti più delicati riguarda la salute mentale del 31enne. Sempre secondo quanto riferito dall’avvocato, i genitori non sarebbero stati pienamente consapevoli del percorso iniziato dal figlio negli anni precedenti.
Nel 2022 El Koudri si sarebbe rivolto al Comune manifestando un malessere personale e sarebbe stato indirizzato al centro di salute mentale di Castelfranco Emilia, dove gli sarebbero stati prescritti farmaci. Il percorso terapeutico sarebbe proseguito fino al 2024, per poi interrompersi.
La sindaca di Ravarino, Maurizia Rebecchi, ha ricordato come, in assenza di condizioni che impongano trattamenti obbligatori, le cure dipendano dalla volontà del paziente.
Negli ultimi mesi, secondo il racconto della famiglia, il giovane sarebbe apparso sempre più isolato, chiuso in sé stesso e concentrato su computer e cellulare. Parlava da solo, borbottava spesso, mostrando segnali di peggioramento che però i familiari non sarebbero riusciti a interpretare fino in fondo.
E oggi, mentre Modena cerca ancora di elaborare quanto accaduto, resta una domanda dolorosa e complessa: quanto è difficile riconoscere in tempo un disagio che cresce nel silenzio?