Minneapolis, la strategia di Trump si trasforma in boomerang. Sullo sfondo il timore di una guerra civile

Sondaggi ai minimi sull’immigrazione, fratture dentro il Partito repubblicano, condanne dalle star sportive, critiche persino dalla finora fedelissima Nra, e l’alleato Joe Rogan che paragona i metodi dell’Ice alla Gestapo. È il contesto in cui la linea dura del presidente rischia di ritorcersi contro di lui sul piano politico, soprattutto a Minneapolis, dove la città si è incendiata dopo l’uccisione di Alex Pretti da parte di un agente federale. La famiglia del giovane parla di “parole ripugnanti” riferite al tycoon e accusa la Casa Bianca di distorcere la verità. E mentre monta la protesta, dalle piazze ai talk emerge un altro tema: l’ombra di una possibile guerra civile, evocata da storici e opinionisti come metafora del salto di qualità nella polarizzazione americana.
Secondo chi lo frequenta, Trump è frustrato e preoccupato. Il timore è che non passi né il messaggio economico né quello sulla lotta all’immigrazione, respinto dalla maggioranza dei sondaggi. A Minneapolis l’effetto controintuitivo pesa: due cittadini americani bianchi uccisi dai raid federali mandati per “ripristinare l’ordine”. Il 20 gennaio, il presidente era arrivato a mostrare in sala stampa le foto segnaletiche degli arrestati, nel tentativo di rimettere al centro il frame “legge e ordine” mentre nel dibattito pubblico prendeva spazio quello della guerra civile come possibilità teorica, non come evento imminente ma come condizione mentale del conflitto interno.
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