La morte di Domenico al Monaldi, il papà rompe il silenzio: «Sono molto arrabbiato»
Dopo mesi di silenzio e dolore, il papà di Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo morto all’Ospedale Monaldi in seguito a un trapianto di cuore non andato a buon fine, ha deciso di parlare pubblicamente. Le sue parole raccontano una sofferenza che va oltre la perdita, trasformandosi in rabbia, domande e bisogno di verità.
Il silenzio dopo Capodanno
Con il passare dei giorni, l’angoscia si è trasformata in consapevolezza. Dopo Capodanno, racconta il padre Antonio, il clima in reparto cambiò improvvisamente.
«Dopo Capodanno i medici sparirono tutti, nessuno ci venne a dire più niente, era finita, ma noi ancora non lo sapevamo».
Un silenzio che, col senno di poi, è diventato per lui il segnale che qualcosa era andato storto. Solo più tardi sarebbe emersa la questione legata a un presunto errore nel trasporto dell’organo destinato al trapianto, una circostanza che ha alimentato ulteriore indignazione nella famiglia.
«Ho visto delle foto incredibili», commenta amareggiato, riferendosi al contenitore utilizzato per il viaggio verso Bolzano.
La Procura ha aperto un’inchiesta per chiarire ogni passaggio della procedura, dalla conservazione dell’organo alla gestione clinica nelle ore successive.
«Sono molto arrabbiato»
Antonio non nasconde la propria rabbia. Spiega di aver scelto di non parlare prima proprio perché era sopraffatto dall’emotività.
Il dolore ha avuto ripercussioni profonde anche sulla sua vita quotidiana: non riesce più a lavorare come muratore e racconta di essere crollato fin dal primo giorno di ricovero del figlio.
«Questa storia è cominciata malissimo e finita peggio».
Nei momenti più difficili ha perso il controllo, arrivando a discutere con le guardie giurate dell’ospedale. Ma proprio quelle stesse guardie lo hanno abbracciato il giorno della morte di Domenico, in un gesto che ricorda come uno dei pochi momenti di umanità in mezzo al caos.
La forza di Patrizia e la fondazione
Accanto a lui, la moglie Patrizia ha reagito in modo diverso al lutto. Ha trovato la forza di creare una fondazione in memoria del bambino, trasformando il dolore in un progetto che possa aiutare altri piccoli pazienti e le loro famiglie.
Un modo per dare un senso a una perdita che senso non ne ha.
L’ultimo saluto
Per l’ultimo saluto al figlio, Antonio ha scelto un abito elegante.
«Con la cravatta e la coppolella in testa come quando usciva col nonno Antonio».
Un’immagine che racchiude l’innocenza di un bambino e l’amore di una famiglia spezzata. Oggi il padre si aggrappa a una convinzione che gli permette di andare avanti:
«Sì, anch’io adesso penso che sia diventato il nostro angioletto custode. Sento che ci sta mandando la forza per andare avanti».
È una fede fragile ma necessaria, quella che sostiene la famiglia nel tentativo di ricominciare. Mentre la giustizia fa il suo corso, resta il vuoto lasciato da Domenico e il bisogno, sempre più forte, di conoscere fino in fondo la verità su quanto accaduto.