L’emergenza Coronavirus è arrivata anche all’interno delle carceri: giorni fa vi abbiamo raccontato delle rivolte scoppiate a causa delle misure intraprese per limitare la diffusione del contagio.

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Nello specifico le azione violente sono iniziate in seguito al divieto per i congiunti di effettuare le visite ai propri cari dietro le sbarre. Le strutture del Paese sono state messe a durissima prova: spranghe di ferro, finestre divelte e detenuti sopra i tetti a tenere sotto scacco le forze dell’ordine per diverse ore. Soprattutto dal San Vittore sono arrivate immagini surreali: i carcerati hanno dato alle fiamme un’ala della prigione. Il tutto mentre all’esterno un gruppo di antagonisti sosteneva la protesta chiedendo l’indulto. E rimbombavano i soliti slogan: “Tutti fuori dalle galere, dentro nessuno, solo macerie“. Ma pare che la situazione non sia completamente rientrata: in una lettera in possesso in esclusiva de ilGiornale.it, si legge la richiesta da parte di un detenuto di riabbracciare la propria famiglia. Ed emerge uno stato piuttosto agitato e nervoso, sinonimo di come il contesto sia particolarmente delicato: “Buongiorno amore. Sono le 5.00 del mattino e sarei voluto stare a letto insieme a te, invece devo stare in ostaggio di uno Stato incivile e criminale“.

“Carne da macello”

Dunque lo Stato è stato accusato di essere “criminale” poiché “nonostante il pericolo di farci ammalare e morire, preferisce tenerci ammassati dentro questo buco che mandarci a casa per stare vicini ai nostri cari. Forse per un’idea di Stato padrone che punisce, forse per ottenere consenso popolare, forse per ottenere due voti, si comporta da vero criminale, tenendoci in ostaggio“. Dunque a suo giudizio sarebbe stato negato loro “qualsiasi diritto“, correndo il rischio di “non vedere più un nostro familiare o ancora peggio di non poter uscire vivi da questo inferno“.

Alla sua compagna ha chiesto di rendere pubblica la lettera perché “a quanto pare ci sentono solo i muri” dopo tutte le strategie messe in atto per tentare di attirare l’attenzione tra sciopero della fame e battiture quotidiane con le mani insanguinate. Il detenuto del carcere di Madonna del Freddo, a Chieti, ha chiesto “di tornare a casa fino alla fine dello stato di emergenza. Non vogliamo la libertà, vogliamo scontare la nostra pena in maniera dignitosa e civile“. Infine si legge che il desiderio è di “essere trattato come un cittadino italiano, non come carne da macello che aspetta imponente la propria morte“.

Fonte: ilgiornale.it

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