Governo Meloni, record di permessi di soggiorno rilasciati agli stranieri: africani e asiatici in testa

Negli ultimi dieci anni, l’Italia ha assistito a un incremento senza precedenti dei permessi di soggiorno rilasciati a cittadini extra UE. Sorprendentemente, questa tendenza si è accentuata sotto il governo guidato da Giorgia Meloni, che, nonostante la narrativa ufficiale di una linea dura sull’immigrazione, ha concesso in media circa 367.000 nuovi permessi all’anno, superando nettamente i governi precedenti di Renzi, Gentiloni, Conte e Draghi.
Numeri ufficiali smentiscono la retorica
I dati forniti dal Viminale e trasmessi a Eurostat rivelano che nel 2023 sono stati rilasciati 389.000 primi permessi di soggiorno, rispetto ai 346.000 del 2022. Questi numeri rappresentano i record del decennio 2014-2024. Secondo Matteo Villa, direttore del DataLab dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), il confronto tra i vari governi mostra chiaramente come l’attuale esecutivo abbia superato di gran lunga le medie annuali dei predecessori: 367.000 permessi con Meloni contro i circa 305.000 di Draghi, i 251.000 di Gentiloni e i 239.000 del primo Conte.

Chi sono i beneficiari e da dove provengono
I permessi di soggiorno rilasciati rappresentano ingressi regolari per motivi di lavoro, studio, ricongiungimento familiare o protezione internazionale. Tuttavia, tra il 2023 e il 2024, si è registrato un aumento significativo delle richieste di asilo e motivi umanitari, con il 50% dei permessi rilasciati in questa fascia. La composizione dei Paesi di provenienza si è spostata: mentre nel 2022 la presenza di richiedenti ucraini era significativa, oggi Bangladesh, Egitto e Pakistan guidano la classifica, confermando che l’incremento riguarda soprattutto ingressi dall’Africa e dall’Asia.
Una gestione pragmatica che non si traduce in accoglienza efficace
Nonostante i numeri record, la gestione dell’immigrazione si rivela contraddittoria. Nessun leader della coalizione di governo ha pubblicamente rivendicato o giustificato questa crescita, né ha promosso politiche di accoglienza più efficaci. Anzi, l’aumento dei permessi non si è tradotto in un miglioramento del sistema di accoglienza.

Secondo le analisi di ActionAid e Openpolis, i costi di gestione sono aumentati nel 2023, arrivando a circa 40 euro al giorno per migrante nelle strutture collettive, ma i servizi offerti sono diminuiti. Il nuovo capitolato d’appalto del ministero dell’Interno per il 2024 riconosce spese più alte, ma impone standard inferiori, penalizzando i beneficiari e favorendo maggiori profitti per gli enti gestori.
Integrazione in crisi e rischi sociali
L’aumento dei permessi di soggiorno non ha comportato un miglioramento delle possibilità di integrazione. Le strutture di accoglienza sono spesso prive di servizi fondamentali come assistenza psicologica, corsi di italiano o orientamento legale. Il Sistema di accoglienza e integrazione (SAI), che dovrebbe garantire un percorso più strutturato, è sottodimensionato e sempre più marginale. Di conseguenza, molte persone rimangono senza tutele, finendo spesso in condizioni di vulnerabilità, sfruttamento e marginalità sociale.
Un quadro internazionale allarmante
Secondo uno studio dell’UNHCR, l’Agenzia ONU per i rifugiati, il 67% dei rifugiati in Italia è a rischio di povertà relativa, mentre il 43,5% vive in povertà assoluta. La barriera linguistica e la mancanza di supporto pubblico nei primi mesi dopo il riconoscimento del diritto d’asilo ostacolano l’integrazione, creando un paradosso: un governo che rilascia più permessi che mai, ma che costruisce un sistema di accoglienza che favorisce l’esclusione e il disagio sociale.