“Gli ho dato i soldi, poi l’ho rivisto così…”. Crans-Montana: il dramma del papà di Giovanni, morto a 16 anni

Crans-Montana, 2 gennaio 2024 – Sono ore di infinito dolore quelle che vivono Giuseppe Tamburi e la sua famiglia, dopo la tragica perdita del giovane Giovanni, il 16enne deceduto nell’incendio divampato nella notte di Capodanno nel locale Le Constellation. La conferma del giorno successivo, attraverso il test del DNA, ha distrutto ogni speranza di un miracolo contro la tragedia: il corpo del ragazzo è stato ritrovato senza vita tra le fiamme e le esalazioni di fumo.

Il racconto di Giuseppe, affidato al Corriere della Sera, è un’immagine struggente di un amore sconfinato e di un dolore senza fine. “Era il mio sole, io vivevo con lui e per lui anche perché è cresciuto con me”, confida il padre, con la voce rotta dalla commozione. La famiglia Tamburi, una piccola famiglia di Bologna, viveva di quotidianità condivisa, con affetto e innocenza, circondata anche dai loro cani. Giovanni, il “figlio ideale”, amato da tutti, prometteva un futuro ricco di sogni e di successi: studiava con impegno, giocava a calcio, golf, praticava palestra e andava in moto. Era un vero e proprio “sogno” di padre, come lo definisce Giuseppe.

La sera fatale, Giovanni aveva partecipato a una cena tra amici, poi a una festa all’aperto, prima di entrare nel locale per festeggiare la fine dell’anno. Quella notte, però, tutto è cambiato. Le fiamme hanno avvolto il locale, trasformando musica e folla in una trappola mortale. Giuseppe, nel racconto al quotidiano, descrive quel momento con disarmante semplicità e dolore: “Sono andato a vedere mio figlio, non mi è sembrato molto bruciato, almeno in faccia. Penso che lui sia rimasto sotto e sia morto per le esalazioni del fumo. Forse ha cercato di scappare da dietro perché il fuoco aveva invaso il locale e tutti cercavano di salire”.

Il desiderio di Giuseppe si ferma a un’ultima immagine, quella di vedere il corpo di Giovanni, un ricordo che si imprimirà per sempre nella sua mente. Ma al dolore si accompagna anche una forte rabbia, alimentata dalla scarsa sicurezza del locale. Giuseppe conosceva bene il locale, frequentato da giovane, e l’assenza di uscite di sicurezza adeguate diventa un‘amarezza insopportabile: “C’era solo una porticina chiusa. Sarebbe bastato che chi ha fatto i controlli imponesse di allagarla per farla diventare una vera porta di sicurezza con l’apposita maniglia e non sarebbe morto nessuno”.

Quelle parole racchiudono tutta la frustrazione di un padre che desidera che questa tragedia non sia vana, che abbia almeno il valore di una richiesta di verità e di giustizia, affinché altri non subiscano il suo stesso dolore. La perdita di Giovanni non è solo un lutto personale, ma anche un monito e una richiesta di responsabilità affinché siano prese tutte le misure necessarie a prevenire future tragedie di questo tipo.

Il dolore di Giuseppe, e di tutti coloro che hanno perso i propri figli in questa tragedia, sussurra nel silenzio delle vittime, affinché la memoria e la verità possano portare un futuro più sicuro e giusto.