DE MAGISTRIS? DA MAGISTRATO HA ARRESTATO E ROVINATO CENTINAIA DI PERSONE SENZA MAI CHIUDERE UN’INCHIESTA


Innamorato di sé come Narciso, Luigi De Magistris non ha mai avuto il senso della realtà. I pasticci che ha combinati da pm sono noti. Tre faraoniche inchieste – Poseidone, Why not, Toghe lucane – centinaia di imputati, vite rovinate, tutto finito nel nulla. Da allora, ha il nomignolo di Gigino ’O Flop. «La frana», in anglo-napoletano. Fatta la figuraccia, si è atteggiato a vittima ed è diventato l’idolo dei forcaioli: dipietristi, grillini e manettari sparsi. Sull’onda di costoro è diventato sindaco di Napoli nel 2011. Quest’anno, è stato svogliatamente riconfermato. Ma, come vedremo, la maggioranza silenziosa ne ha già le tasche piene.
Lui, però, continua a pavoneggiarsi. Sapendosi agli sgoccioli come sindaco, le spara sempre più grosse. Ora vuole la rivoluzione. Punta a un ribaltamento politico che, partendo da Napoli, scuota l’Italia dalle fondamenta. Solo però come prima tappa. L’obiettivo finale è avvolgere Mediterraneo e l’Europa con la sua ventata innovatrice.
«Chi è sto’ matto?», direte voi. Ci arriverò ma datemi tempo. Partiamo da qualche scampolo dei suoi discorsi, per toccare con mano la frugolesca immaturità di questo prossimo cinquantenne.
In maggio, durante un comizio per la rielezione, immaginò che Matteo Renzi fosse presente – tipico del paranoico – dicendogli: «Renzi vai a casa. Ti devi cagare sotto. Devi avere paura». Un tentativo di mettersi alla pari con il premier e un modo – inurbano – per dirgli: guarda che sto arrivando e sarò il tuo incubo. Infatti, ha subito aggiunto: «Napoli capitale. Sud ribelle, potere al popolo. È il popolo che scrive la Storia».
In qualsiasi altra città sarebbe arrivata la Neurodeliri a mettere fine al comizio. Ma Napoli ha già visto di tutto e un farlocco di più cambia nulla. Alle scombiccherature del sindaco ha fatto il callo.
Quando si candidò nel 2011, ’O Flop si presentò così: «La mia decisione è rivoluzionaria». Ossia: per Napoli un’occasione irripetibile.
Proseguì: «Dagli incontri con i movimenti, comunità resistenti (?), associazioni, laboratori sociali, studenti, professori… bla, bla… ho raccolto una voce che ha cominciato a essere assordante nelle mie orecchie: tocca a te, tocca a te, rappresenti l’uscita di emergenza». Una «voce» come quella di duemila anni fa: «Ecco il Padre mio che mi chiama». È chiaro il tipo? Questa la chiusa dell’omelia: «Apriremo le porte dei palazzi per fare uscire il puzzo del compromesso morale e fare entrare il fresco del profumo di libertà. Vinceremo!». E vinse, effettivamente, con la promessa di portare il fresco profumo anche attraverso la rimozione dei rifiuti che invadevano la città. Disse che avrebbe risolto in cinque giorni l’emergenza spazzatura che durava da mesi. Aggiunse che la raccolta differenziata, all’epoca al dieci per cento, avrebbe superato il 70 nei mesi successivi. Chiuse dicendo «no» ai termovalorizzatori. De Magistris è, infatti, il tipico ecologista meridionale che, odiando la modernità, perpetua il Mezzogiorno cloaca, piuttosto che adottare un inceneritore all’europea.
Che è rimasto delle chiacchiere? Nei cinque giorni non fece nulla. I servizi municipali si arresero in 24 ore. Toccò all’Esercito lavorare mesi per sgomberare la città da topi e immondizia. Quanto alla differenziata, se n’è persa traccia. Così, con grandiosa faccia di bronzo, il Mandrake partenopeo ha scaricato sulla comunità nazionale le multe che l’Ue ci ha comminato per la mala gestione dei rifiuti napoletani. E, per il resto, ha preso la più infingarda delle scorciatoie: spedisce i rifiuti in Olanda. Da sei anni, i liquami cittadini sono caricati su navi pattumiera fiamminghe per essere smaltiti nei Paesi Bassi e trasformati lassù – grazie ai termovalorizzatori che lui rifiuta – in energia.
Ma allora, dirà qualcuno, perché questo trombone – altro che Renzi – è tanto amato dai concittadini da essere rieletto? Benedetta ingenuità. Ma le guardate cifre? Lo chiedo soprattutto ai miei colleghi che hanno parlato di trionfo di De Magistris nella riconferma. Di vero, c’è solo che si è imposto sugli altri candidati. Ma per puro demerito di costoro, senza un’oncia di gloria per ’O Flop. Il cuore delle amministrative di giugno è stata, infatti, l’idiosincrasia napoletana per le urne. Cinque anni di Gigino hanno generato una tale sfiducia nell’amministrazione cittadina che il 65 per cento degli elettori è rimasto a casa. Seguitemi. Al ballottaggio, si sono presentate alle urne 280 mila persone su 900 mila (35,5 per cento). Per Gigino hanno votato in 180 mila, ossia un napoletano su cinque. Perciò, se è sindaco, lo deve a quell’uno. Per gli altri quattro, non esiste. Se questo è un trionfo, io sono Sandokan. Tanto più, confrontato al 2011. Quella volta, al ballottaggio votò la metà degli elettori, un terzo più di quest’anno, e De Magistris prese 265 mila suffragi. Ergo, dopo avere governato per cinque anni, ne ha persi 80 mila. Un elettore su tre. Segno che la sua popolarità è in caduta libera. Ma non si dice perché attorno a Gigino c’è una nuvola di incenso. Con Antonio Bassolino sindaco, esisteva un sistema Bassolino di clientele ad ogni livello. Ai professionisti, il Comune assicurava incarichi; ai senz’arte né parte, assegni di sopravvivenza. La baracca ha retto una ventina d’anni. Poi, i soldi sono finiti e Bassolino è saltato.
Il sistema De Magistris è diverso. C’è una fascia alta della società napoletana che lo sostiene per ragioni, per così dire, ideologiche. È la ricca borghesia di sinistra che ha frequentato le stesse scuole, tipo il Liceo classico Adolfo Pansini, al Vomero, di cui ’O Flop è stato allievo. I cosiddetti «chiattelli», cioè i figli di papà cui, una volta adulti, tocca automaticamente il potere cittadino. Esattamente, lo stesso iter seguito da Gigino, nato al Vomero, rampollo di un giudice importante e magistrato a sua volta che, proprio per questa inerenza alla casta, si è mosso come il figlio dell’oca bianca, cui tutto è permesso. La sua cerchia elettorale è quella degli avvocati, dei grandi penalisti – in particolare uno, di cui non va fatto il nome perché ha la querela facile – dei magistrati, variamente intrecciati tra loro. L’influsso di costoro si estende a migliaia di persone gravitanti attorno al Foro che, a Napoli, è l’equivalente di Piazza Affari a Milano.
Il sistema De Magistris è completato – nei ceti bassi – dal sostegno dei Centri sociali, pronti a fare casino per appoggiarlo. Il clou, alcuni mesi fa quando Renzi si affacciò a Napoli. I giovanetti insultarono il Fiorentino e misero a soqquadro la città, per dare risalto al rancore di Gigino che aveva sdegnosamente rifiutato di incontrarlo. Il rapporto tra sindaco e mazzieri si basa su questo. I ragazzi – talvolta ultra sessantenni – occupano palazzi pubblici su cui hanno messo l’occhio. Il Comune chiude il proprio e di lì a poco sana l’illegalità, autorizzando le attività che vi svolgono. Così, l’Asilo Filangieri, restaurato anni fa con diversi milioni di euro per servire alla cittadinanza, è oggi sottratto alla medesima dall’occupazione di non meglio specificati artisti. ’O Flop, anziché cacciarli, ha steso l’ala sugli intrusi. L’Asilo è diventato – dizione ufficiale – «luogo di fruizione collettiva di un sistema culturale diffuso, autogovernato da lavoratori e lavoratrici dell’arte». Identica sorte per altri palazzi cittadini. In cambio, se c’è da menare le mani per una buona causa, i cari giovani non si tirano indietro.
Un po’ di Bolivia sotto il Vesuvio.

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