“Cosa c’è davvero nell’impronta 33”. Garlasco, la scoperta della difesa di Sempio

Si infittisce il quadro giudiziario legato al delitto di Garlasco, con un nuovo capitolo che si aggiunge alla complessa vicenda che ha tenuto col fiato sospeso l’Italia per oltre vent’anni. Al centro della disputa, ancora una volta, l’impronta 33, un dettaglio chiave trovato sul muro delle scale che conducono alla cantina, vicino alla scena del tragico omicidio di Chiara Poggi.
Nella giornata di lunedì 7 luglio, è stata depositata un’integrazione alla consulenza difensiva richiesta dai legali di Andrea Sempio, indagato nell’ambito dell’indagine riaperta dopo la condanna definitiva di Alberto Stasi. La relazione, redatta dagli esperti Luciano Garofano e Luigi Bisogno, contesta l’attribuzione dell’impronta a Sempio avanzata dai consulenti nominati dalla Procura di Pavia, sostenendo che non si tratti di sangue ma di un normale residuo fisiologico di sudore, generato dal contatto.
Un’Interpretazione che mette in discussione l’asse probatorio
Secondo i periti della difesa, infatti, la presunta “impronta 33” non avrebbe alcuna valenza come prova di un’eventuale presenza di sangue o di contatto con un’arma, come invece ipotizzato in passato. La loro analisi indica che la macchia, classificata come “ipotenare”, rappresenta semplicemente una variazione fisiologica di sudorazione, depotenzando così l’importanza del reperto nel quadro investigativo.
Sull’altro fronte, gli analisti incaricati dall’accusa, Giampaolo Iuliano e Nicola Caprioli, avevano invece sostenuto che l’impronta avrebbe fornito un elemento probabilistico forte contro Sempio: attraverso un’approfondita analisi dattiloscopica, avevano individuato almeno 15 minuzie di somiglianza tra il palmo dell’indagato e il segno lasciato sul muro. La controperizia difensiva, invece, ha contestato tale risultato, evidenziando che le analisi rivelano solo 5 caratteristiche coincidenti, un dato al di sotto degli standard scientifici necessari per una attribuzione certa.
Divergenze metodologiche e ombre sulla scena del crimine
Ancora più pesanti sono le critiche mosse dai consulenti della famiglia Poggi, Dario Redaelli e Calogero Biondi, i quali hanno evidenziato come le procedure adottate dai consulenti della procura siano state improperie rispetto alle pratiche corrette di analisi dattiloscopica. Secondo loro, l’errore principale sarebbe stato partire dalla comparazione per poi cercare somiglianze e non, come si dovrebbe fare, analizzare prima le caratteristiche dell’impronta e poi cercare eventuali corrispondenze.
Dal punto di vista procedurale, invece, la Procura di Pavia ha respinto la richiesta di incidente probatorio avanzata sia dai legali di Sempio sia dalla famiglia Poggi, alimentando ulteriormente il dibattito tra i vari fronti coinvolti. La decisione del pubblico ministero, che mantiene il forte legame dell’impronta 33 con l’indizio chiave per l’accusa, lascia aperto il fronte di una battaglia tecnica e scientifica ancora tutta da definire.
Un’indagine ancora aperta e dubbi irrisolti
La vicenda, che già negli anni passati aveva visto il rigetto totale dell’attribuzione dell’impronta da parte del Ris nel 2007, oggi si arricchisce di nuove opinioni e analisi divergenti. La lunga attesa per una verità definitiva si protrae, alimentata da contestazioni e dubbi che si infittiscono anziché diradarsi. Mentre Alberto Stasi resta condannato, le ombre sul delitto di Garlasco continuano a legare le parti in un intricato gioco di prove e controprove, lasciando la comunità giudiziaria con molti interrogativi irrisolti.


