Conte si riscopre di sinistra per restare a Palazzo Chigi

Il garrulo Conte prepara la più impegnativa giravolta di una pur densa carriera, e spera ardentemente di atterrare ancora in piedi.

O, per meglio dire, di atterrare ancora seduto, sullo scranno di Palazzo Chigi. Se proprio dovesse andar male, almeno su uno scranno di qualche tipo.

Domani pomeriggio, nell’aula del Senato, il premier per caso scelto dalla Casaleggio, alias Giuseppe Conte, pronuncerà quella che fa annunciare come una solenne «requisitoria» contro Matteo Salvini. «Con Matteo è ormai una storia finita – fa sapere dolente come una fidanzata tradita – La fiducia non c’è più». La passione neppure.

Poi, e si immagina con quanta pena in cuore, salirà al Colle per rimettere il proprio mandato, evitando di farsi sfiduciare. Nella ardente speranza che il mandato gli venga restituito. Non si accontenterebbe di un posto da ministro o da Commissario europeo, avverte. Meglio allora restare «in riserva della Repubblica»: magari nella pazza lotteria italiana può uscire un biglietto vincente per il Quirinale, nel 2022. Però – meglio un uovo oggi che una gallina domani – per un «uomo di sinistra» come lui l’idea di presiedere un governo con il Pd sarebbe il coronamento di un sogno. Ha già il programma in testa, confidano i suoi: tanta «green economy», rapporti idilliaci con l’Europa («Dopo tutto sono stato io a schierare l’Italia a favore della von der Leyen», si compiace), tanti «diritti civili e sociali».

Arrivato (forse) a fine corsa, Conte si è improvvisamente disamorato di quel suo vice che fino a ieri osannava e fedelmente seguiva, controfirmandone ogni atto, battendogli orgoglioso la mano sulla spalla e facendogli addirittura scudo con il suo corpo, quando le perfide Procure volevano processarlo per il caso Diciotti. Ora, dice il suo attivissimo ufficio propaganda, impersonato dall’ineffabile Casalino, Conte pensa che Matteo Salvini sia cattivissimo, razzista e pure scansafatiche. E si prepara a denunciarlo (a posteriori): «Domani in Senato dirò tutto, in nome della trasparenza», fa sapere orgoglioso. Tutto quel che finora, mentre erano insieme e felici al governo, si è ben guardato di dire: che Salvini non mette quasi mai piede al Viminale; che diserta tutte le riunioni dei ministri dell’Interno europei, dove si trattano le questioni (immigrazione, redistribuzione, trattato di Dublino) di cui preferisce invece chiacchierare nei comizi; forse persino che «Quota 100», il prepensionamento voluto dal leghista, non ha portato un solo posto di lavoro in più, e che per la tanto sbandierata flat tax il capo del Carroccio non ha mai trovato mezzo euro di copertura. Tutte cose ben note, ma sempre negate da Palazzo Chigi. Fino al momento in cui Salvini ha tentato di far saltare la legislatura con annesso Conte, e Conte ha avuto l’agnizione.

Ora il capo leghista, inciampato nell’imprevisto contropiede di Matteo Renzi, si dibatte piuttosto malconcio nella medesima trappola in cui voleva far cadere gli altri, e i grillini – Conte in testa – trovano finalmente il coraggio di infierire. E Conte prova a rifarsi una verginità, nella speranza di spuntare un bis, sia pur con maggioranza diversa: si scopre di sinistra, cerca la via del cuore del Pd vergando indignate letterine contro il suo vice per chiedergli – dopo aver controfirmato la chiusura dei porti – di far sbarcare i naufraghi raccolti dalle Ong. E spedisce Casalino a diffondere mirabolanti dati sulla popolarità social del premier, diligentemente pubblicati dai giornali: «Conte batte Salvini tre a uno», recitano i titoli dettati da Palazzo Chigi. I Cinque Stelle, nel disperato tentativo di conservare la guida del governo, cercano di blindarlo: «Saremo tutti al suo fianco in aula», giura Grillo. Certo, sulla sua strada il premier sa di avere il niet del Pd: appoggiare un Conte bis sarebbe ridicolo, dicono al Nazareno. Ma «in politica tutto cambia in fretta», suggeriscono speranzosi i supporter dell’ineffabile premier con pochette.

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