Caso Roberta Repetto, la Cassazione riapre il fronte civile: “Poteva essere salvata”
Una vicenda che scuote il mondo della medicina alternativa e solleva importanti questioni sulla responsabilità professionale torna sotto i riflettori. Roberta Repetto, donna di 40 anni, deceduta nel 2020 a causa di un melanoma, avrebbe potuto essere salvata se fosse stato eseguito un intervento diagnostico adeguato. La Corte di Cassazione ha infatti stabilito che la donna avrebbe avuto diritto a un’informazione completa sui rischi e avrebbe potuto scegliere un percorso terapeutico differente, aprendo così la strada a una possibile richiesta di risarcimento civile.
Il caso e le circostanze dell’intervento
L’intervento che portò alla morte di Roberta Repetto fu effettuato presso il Centro olistico Anidra di Borzonasca, in provincia di Genova, dal medico bresciano Paolo Oneda. In quell’occasione, il medico rimosse un neo senza praticare alcun esame istologico, passaggio fondamentale per la diagnosi precoce di un eventuale melanoma. La scelta di intervenire senza approfondimenti diagnostici si rivelò fatale: nei mesi successivi, la malattia progredì rapidamente, portando alla tragica perdita della vita della donna, che soffrì gravemente prima di spegnersi.
La posizione della giustizia e le decisioni della Cassazione
Il caso aveva già visto un primo esito favorevole al medico in sede penale, con l’assoluzione definitiva. Tuttavia, la Corte di Cassazione, con una pronuncia storica, ha annullato questa decisione per quanto riguarda gli effetti civili, aprendo così una nuova fase giudiziaria. Nelle motivazioni, i giudici hanno evidenziato che, benché il medico fosse stato assolto da un punto di vista penale, non era stato fornito alla paziente un quadro completo dei rischi legati alla rimozione del neo. Se Roberta Repetto fosse stata adeguatamente informata, avrebbe potuto optare per le cure tradizionali, probabilmente più efficaci e tempestive.
La Suprema Corte ha sottolineato che la mancata informazione completa rappresenta una violazione del diritto del paziente e ha definito “giuridicamente erronea” la decisione di assoluzione in ambito civile, evidenziando il possibile nesso tra il deficit informativo e la tragica fine della donna.
Le implicazioni future e il ruolo della famiglia
Ora la vicenda passa alla fase civile, dove un giudice dovrà valutare se sussiste una responsabilità risarcitoria da parte del medico e quanto debba essere riconosciuto alla famiglia di Roberta Repetto. La famiglia, da anni impegnata a denunciare le pratiche del centro olistico, vede in questa sentenza una vittoria importante, simbolo di giustizia e di tutela dei diritti dei pazienti.
Un monito sulla medicina alternativa e la tutela del paziente
La vicenda di Roberta Repetto mette in evidenza le criticità legate a interventi eseguiti in centri olistici e pratiche non convenzionali, sottolineando l’importanza di un’informazione corretta e di diagnosi tempestive per prevenire tragedie come questa. La sentenza della Cassazione si configura come un richiamo chiaro a medici e operatori del settore: la responsabilità professionale e la tutela del diritto alla salute sono principi fondamentali che devono essere rispettati in ogni ambito clinico.
Una speranza di giustizia e di prevenzione
Il percorso giudiziario prosegue ora in sede civile, e la famiglia di Roberta Repetto si augura che questa vicenda possa contribuire a sensibilizzare sulla necessità di controlli medici accurati e di una corretta informazione al paziente. La speranza è che, attraverso questa sentenza, si possano evitare altre tragedie di questo tipo e rafforzare la tutela di chi si affida alle cure mediche, anche in contesti alternativi.