Budapest condanna a 7 anni l’italiano Gabriele Marchesi: “Aggredì neonazisti con Ilaria Salis”

Budapest — Un tribunale ungherese ha condannato in contumacia a sette anni di carcere l’attivista italiano Gabriele Marchesi, 25 anni, nell’ambito di un processo legato ad aggressioni avvenute nel 2023 contro gruppi di estremisti di destra a Budapest. La sentenza è stata emessa mercoledì 4 febbraio e riguarda la partecipazione, secondo l’accusa, di Marchesi a un’azione violenta durante il raduno neonazista noto come “Day of Honor”, una manifestazione annuale di gruppi di estrema destra che si tiene ogni febbraio nella capitale ungherese.

Secondo l’accusa, Marchesi avrebbe preso parte al pestaggio di alcuni neonazisti insieme all’attivista italiana e ora europarlamentare Ilaria Salis, accusata nello stesso procedimento. Marchesi è stato condannato in assenza, poiché al momento della sentenza non si trovava in Ungheria e non era presente in aula.

Il caso si inserisce nel più ampio contesto noto come Budapest-Komplex, relativo a una serie di aggressioni attribuite a militanti antifa e processate dalle autorità ungheresi a seguito degli eventi del febbraio 2023. Oltre a Marchesi, nello stesso processo l’attivista tedesca Maja T. è stata condannata a otto anni di reclusione, mentre un’altra imputata ha ricevuto una pena di due anni e mezzo con sospensione.

La sentenza ha immediatamente suscitato reazioni divergenti: da un lato critiche rispetto al procedimento giudiziario ungherese e alle accuse mosse contro militanti antifascisti da più parti considerate “politiche”, dall’altro sostegno alle autorità di Budapest da chi ritiene necessario perseguire violenze di qualsiasi natura.

La difesa di Marchesi ha già annunciato l’intenzione di impugnare la condanna dopo aver letto le motivazioni del verdetto, sostenendo che non esistano prove sufficienti a carico del giovane italiano.

Nonostante la condanna in Ungheria, Marchesi non è stato estradato né si trova attualmente in carcere nel Paese: la giustizia italiana, infatti, aveva in passato negato l’estradizione sulla base del rischio di trattamenti inumani e degradanti nelle carceri ungheresi, sospendendo l’ordine di consegna.