Baracche e cumuli di spazzatura: l’ex caserma militare in mano ai rom

Baracche e cumuli di spazzatura: l’ex caserma militare in mano ai rom

 

Letti accatastati, vestiti sporchi abbandonati ovunque, cibo rovesciato a terra. E poi ancora, un deposito di fili elettrici pronti per i roghi tossici. “Lavoriamo, andiamo a prendere i fili di rame e alluminio nei cassonetti, per poi rivenderli e fare soldi”, ci dice il padre di una delle famiglie rom che vivono all’interno del campo abusivo, allestito, ormai da anni, nello stabile di un ex caserma militare a Coverciano, Firenze.

Un enorme cancello arrugginito segna l’ingresso del palazzo di proprietà del Ministero della Difesa, affidato al Ministero degli Interni. Aldilà dell’inferriata, tra i cumuli di spazzatura, decine di baracche dove vivono i rom. La famiglia che ci apre le porte è composta dai genitori e 4 figli. “Siamo in italia da 15 anni” ci dice il padre. Hanno i documenti, ma il lavoro regolare, in 15 anni in Italia non sono riusciti a trovarlo. La madre non parla neanche la nostra lingua e facendosi aiutare dal figlio quindicenne ci spiega che lo Stato non li aiuta. Loro, che in barba alla legge occupano le zone delle città. Gli stessi che, nonostante l’emergenza sanitaria, fanno vivere i propri bambini in assenza di norme igieniche, tra migliaia di batteri. “Escono senza la mascherina, rovistano nei cassonetti, poi chiedono l’elemosina…e nessuno gli fa niente. Questa ormai sembra essere diventata casa loro”, si lamenta con noi Claudia, residente della zona che da anni, con le sue denunce, cerca invano di risolvere il problema del degrado causato dagli irregolari.

Il ragazzino non va a scuola. Fa lo stesso “lavoro” del padre. Saccheggia nella spazzatura tutto quello che trova e cerca di rivendere i materiali a buon prezzo. A dircelo è proprio lui, mentre ride mangiando del pollo fuori dalla sua baracca rugginosa. “Io ho subito tre furti”, ci racconta Jessica, che vive a pochi passi dall’accampamento dei rom. “Le prime due volte sono entrati in casa e hanno devastato tutto. La terza volta invece, mentre ero in casa da sola, mi sono accorta che qualcuno stava cercando di tirare su la serranda della mia finistra..appena mi hanno sentita sono scappati, così sono riuscita ad evitare il terzo furto”.

Rubano e poi si giustificano così, senza timore, di fronte alle nostre telecamere: “In Romania non c’è lavoro, qui nessuno ci aiuta, dobbiamo far mangiare i nostri figli”. I figli mangiano, ma con il rischio di prendere gravi malattie. Appena dietro la prima baracca del campo rom c’è una vera e propria discarica. Computer, biciclette rubate, ferro da stiro, vestiti fanno da tappeto al pavimento cementato. L’odore acre è fortissimo e noi, riusciamo a resistere solo pochi minuti. Eppure persino il figlio più piccolo della famiglia che troviamo all’interno delle baracche gioca tra i rifiuti. Ha 12 anni, ma non va a scuola e parla poco italiano. Quando escono per le strade gli immigrati seminano il panico, creando disagi anche all’interno delle attività commerciali.

“Nella mia pasticceria entrano, si avvicinano alle persone, danno fastidio e la gente è impaurita”, ci dice Carlo, che da anni gestisce uno dei bar più vicini alle case degli abusivi. Ha il volto dispiaciuto e l’aria rassegnata. Non si da pace, “a noi vengono a fare i controlli per la sanificazione…le distanze tra i tavoli, siamo costretti a chiudere alle 18 ogni giorno e quelle discariche, covo di batteri, chi le controlla? Perchè a loro tutto è concesso?”. Due pesi e due misure, verrebbe da dire. E c’è chi non ci sta più.

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